Lo stendardo di Mattia Preti

Lo stendardo di Mattia Preti

Durante la visita dell’Abbazia Cistercense di San Martino al Cimino potrete ammirare un tesoro dalla lunga storia: lo stendardo giubilare di Mattia Preti. Di dimensioni molto grandi (268 x 203 cm) è datato fra il 1649 ed il 1650.

Il monumentale stendardo fu realizzato a Roma, dal noto pittore calabrese Mattia Preti, e destinato all’oratorio della compagnia del SS. Sacramento dell’abbazia di San Martino al Cimino, per essere utilizzato nelle cerimonie giubilari dell’Anno Santo 1650.

La bellissima opera fu commissionata all’artista da Donna Olimpia Maidalchini, investita da papa Innocenzo X del titolo di Principessa del borgo dei Cimini.

Sulla facciata principale del Gonfalone si può ammirare la famosa scena dell’Elemosina di San Martino: il giovane soldato Martino, raffigurato a cavallo, dona una parte del suo mantello a un mendicante seminudo, che si rivelerà essere Cristo. Una raffigurazione che celebra sia la figura sacra di San Martino di Tours, venerato nel piccolo borgo, che gli scopi caritativi della Compagnia. Da notare i due grandi stemmi araldici, sostenuti da simpatici angioletti: quello di Papa Innocenzo X Pamphilj e quello principesco di Olimpia Maidalchini. Risalta immediatamente agli occhi del visitatore lo stile pittorico dell’opera d’arte: esuberante, cromaticamente vivace e dinamico.

Di tono diverso, e molto suggestiva, è la raffigurazione sul retro dello stendardo. La sofferta immagine del Sangue di Cristo o Salvator mundi. La figura del Cristo mostra, con dolore e triste rassegnazione, la sofferenza della Passione, morte in croce e Resurrezione. Secondo gli studiosi prevale, in questa potente icona del Salvatore, uno stile pittorico severo, meditativo, e giocato sul contrasto cromatico ed emotivo tra il tono scuro dello sfondo e l’apparizione soprannaturale e abbagliante di Cristo.

L’uso ripetuto dello Stendardo, in occasione delle uscite pubbliche della Compagnia, provocò un veloce degrado dell’opera. Iniziarono ben presto interventi di riparazione e manutenzione.

Entro la prima metà del ‘700 si decise di trasformarlo in una pala d’altare, adattandolo all’interno di una ricca cornice tardo-barocca. Il Gonfalone divenne, così, la principale immagine del culto dell’abbazia.