Il Facchino di Santa Rosa

Il Facchino di Santa Rosa

Coloro che conoscono la storia di Santa Rosa associano immediatamente la parola “Facchino” al trasporto del 3 settembre. Mentre per i visitatori che arrivano a Viterbo per la prima volta il termine “Facchino” di Santa Rosa può risultare piuttosto insolito.

Come spiegano dal Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa la parola “Facchino” è uno dei tanti arabismi della lingua italiana, la degradazione semantica da “doganiere” a “portatore di pesi” (facchino) sarebbe avvenuta in seguito alla crisi economica del mondo arabo quando, nei secoli XIV e XV, i “doganieri” furono costretti – per sopravvivere – al commercio di stoffe che trasportavano sulle proprie spalle.

Nella città di Viterbo questa parola, associata a Santa Rosa ed alla Macchina, assume una valenza particolare. Per i componenti del Sodalizio è un grande onore poter ricevere l’appellativo di “Facchino”. Ogni anno tantissimi giovani aspirano a diventare Facchini di Santa Rosa, sentono quella chiamata che li porta alla soglia della chiesa della Pace, dove si svolgono le prove di portata.

La fede e la devozione di ogni Facchino di Santa Rosa sono profonde, per questo motivo il Facchino è pronto al sacrificio, a mettere a dura prova le sue articolazioni, nel sottostare al peso della Macchina, nel vedersi produrre escoriazioni sulle spalle e sulla zona cervicale, nel ritrovarsi con schiacciamenti delle vertebre e deformazioni dell’osso cervicale.

Fede, forza e volontà sono le tre caratteristiche del Facchino di Santa Rosa. La fede, la devozione nei confronti della patrona di Viterbo, la forza, sia fisica che morale, e la volontà, ingrediente base per un’associazione di volontariato.