Dante Alighieri: la Divina Commedia a Viterbo. Inferno

Dante Alighieri: la Divina Commedia a Viterbo. Inferno

Un luogo ricco di storia e dalla forte impronta religiosa come Viterbo non poteva certo rimanere indifferente al più grande autore che la letteratura italiana abbia conosciuto. Dante Alighieri ha avuto spesso a che fare con Viterbo ed i suoi dintorni, citando più volte nella Divina Commedia personalità originarie della provincia o fatti degni di nota qui avvenuti.

Primo esempio tra tutti è il ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, il fiume infernale del Flegetonte, paragonato al Bullicame di Viterbo nel XIV Canto dell’Inferno; la critica discute ancora oggi circa questo versetto dalla difficile interpretazione. Opinione di molti studiosi è che il termine peccatrici sia frutto di una mala trascrizione e che in realtà esso fosse pettatrici, le braccianti incaricate di mettere al macero nell’acqua calda i fasci di canapa che poi sarebbero stati lavorati per produrre tessuti. Molto pregiati ed ambiti erano infatti i tessuti di canapa e lino prodotti in città durante il Medioevo.

Passiamo poi ai versi 115-121 del canto XII dell’Inferno; siamo nel settimo cerchio del primo girone dove vengono puniti i violenti contro il prossimo. Ecco come ci viene descritto Guido di Montfort, assassino di Enrico di Cornovaglia:

Poco più oltre il centauro s’affisse
sovr’una gente che ’nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola

Nel 1271 – per vendicare il padre ammazzato dal re d’Inghilterra Enrico III- Guido crudelmente uccise il cugino del re, Enrico di Cornovaglia. Era il 13 di marzo e l’agguato avvenne durante la messa nella chiesa di San Silvestro, oggi conosciuta come chiesa del Gesù.

Anche questi versi sono di non chiara interpretazione. “Lo cor che ‘n su Tamigi ancor si cola” è sicuramente quello di Enrico che dopo il delitto fu portato a Londra, sua città natale, ed esposto in un’urna d’oro sul fiume Tamigi. C’è dissidio però sul termine cola: non è ben chiaro se l’organo cola, ovverosia gronda sangue, visto il delitto rimasto impunito oppure se “si venera” potendo essere “cola” un latinismo del verbo colere le cui possibili traduzioni in italiano sono anche “onorare o venerare”.

Dante cita inoltre Ruggeri degli Ubaldini; siamo nel Canto XXXIII, quasi alla fine dell’immondo viaggio. Ruggieri è un personaggio rappresentato muto e assente, pietrificato nel suo supplizio: avere il cranio morsicato per l’eternità da Ugolino della Gherardesca.

L’ecclesiastico pisano infatti con tradimenti e abili manovre politiche riuscì ad eliminare i capi guelfi della sua città; tra loro il Conte Ugolino fatto morire di stenti nella Torre della Munda insieme ai due figli e due nipoti. Viene da qui il celeberrimo verso poscia, più che ‘l dolor poté ‘l digiuno. Per molto tempo si è creduto che questo verso andasse ad indicare il cannibalismo del Conte che si cibò dei cadaveri dei congiunti. Oggi invece si tende a pensare che esso stia ad indicare la condizione di chi non muore di dolore e, quando questo non fa soccombere il malcapitato, la sopraffazione avviene per la fame e per gli stenti.

Ruggieri degli Ubaldini morì nel 1295 a Viterbo. Qui fu sepolto nel chiostro del monastero annesso alla chiesa viterbese di Santa Maria in Gradi, oggi sede dell’Università degli Studi della Tuscia. Della sua tomba ad oggi non sappiamo niente; in qualche momento nei secoli essa scomparse.

Anche Purgatorio e Paradiso, le altre due Cantiche della Divina, annoverano personaggi vissuti a Viterbo.