Da Porta Fiorentina a La Quercia

Da Porta Fiorentina a La Quercia

PORTA FIORENTINA

Il primo sguardo, naturalmente, lo dedichiamo alla porta. Anticamente si chiamava Porta Santa Lucia. Ebbe il compito di accogliere e far entrare in città quasi tutti i personaggi importanti che la visitarono: Federico II (1234), Ludovico il Bavaro (1327), Carlo VIII (1494) l’imperatore di Russia Nicola I (1845).
All’esterno della porta si trova una lapide: la sua iscrizione ci spiega, in modo chiaro, l’accaduto:
Il Municipio di Viterbo edificò in modo più adatto e con maggiore eleganza questa Porta Fiorentina nell’anno 1768 essendo Papa Clemente XIII.In realtà, non fu il Papa a realizzare la nuova porta, ma tutte le spese furono pagate da un ricco cittadino di Viterbo, Francesco Selvi. Allo stesso modo, nel 1886 la Cassa di Risparmio di Viterbo finanziò l’apertura dei due archi laterali che danno alla porta il suo grandioso aspetto. Il fatto è ricordato in due lapidi laterali, anche se è scritto in latino e non si capisce facilmente.
Questa porta fu enormemente danneggiata dall’ultima guerra e, praticamente, è stato necessario ricostruirla. Nel 1988 è stato aperto un nuovo passaggio pedonale.
Saliamo sulla nostra macchina, percorriamo Piazzale Granisci e subito dopo aver superato il passaggio a livello, giriamo a sinistra per la Via Teverina. A circa due chilometri incontriamo il bivio che porta al campo-scuola. Lo sai che tutti possono venire qui e allenarsi nelle specialità dell’atletica leggera? Anch’io, insieme ai miei amici, ci vengo spesso.

FERENTO

A circa otto chilometri da Viterbo giriamo a destra per una strada che in pochissimo tempo ci porta a Ferento. L’antica città romana ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’impero.

Nel Medioevo fu invasa poi dai barbari e perse molta della sua forza e della sua potenza. I suoi abitanti vennero sconfitti dai Viterbesi dopo una serie di vicende che, di nuovo, ci fanno pensare alla leggenda. Come andò? Ferento era in guerra contro Nepi. Chiese aiuto a Viterbo che mandò le sue truppe. Quando, però, i soldati partirono e la città rimase senza protezione, i Ferentani arrivarono a Viterbo a tradimento, l’assalirono e la saccheggiarono. Un prete montò su una cavalla, raggiunse le truppe viterbesi e le avvertì di quello che stava accadendo.
I cittadini di Viterbo tornarono in fretta indietro e, incontrati i Ferentani, li sconfissero.
Per qualche tempo sembrò che tra i due centri abitati regnasse la pace, anche perché Ferento aveva giurato di restare sottomessa.
L’anno dopo, però, i Viterbesi entrarono con la forza a Ferento, portarono via le cose più preziose, distrussero il resto. Gli abitanti che riuscirono a fuggire si dispersero nel territorio circostante. Alcuni andarono ad abitare in grotte non molto distanti dalla loro città: nacque così Grotte S. Stefano. Un gruppo di Ferentani pare che si sia stabilito a Viterbo e abbia popolato il quartiere di San Faustino.
Dopo queste vicende, le macerie di Ferento rimasero dimenticate per anni. Solo agli inizi del 1900 vennero organizzate campagne di scavi che portarono alla luce prima alcune statue, poi il teatro e, in seguito, un tratto di strada, una parte delle Terme e alcune abitazioni.
Quello che vedi è il Teatro, considerato uno dei monumenti di maggior rilievo. In estate viene organizzata qui un’interessante stagione teatrale.
Fino ad ora ti ho raccontato della potenza e della fine della Ferento romana. Prima di questa, però, è esistita una Ferento etrusca che sorgeva proprio sul poggio di fronte a quello su cui ci troviamo.
Adesso ci sposteremo con la macchina per andare a raggiungere quel posto.

L’ACQUAROSSA

Visto che siamo arrivati in un attimo? Tra Ferento e l’Acquarossa non ci sono neppure tre chilometri. Stavolta non ti spiegherò il nome di questo posto. Scendiamo soltanto alla sorgente che sta in fondo a questa breve discesa prima del ponte. Bello, vero? Vedi come le pietre sono rosse per il deposito che lascia l’acqua. Bevi qualche sorso. L’acqua è fresca, ma ha uno strano sapore, aspro, di ruggine, perché contiene il ferro.
Ora che ci siamo rinfrescati raggiungiamo il colle di San Francesco, dove si trovava l’antica Ferento. Numerose campagne di scavo dovute all’opera di re Gustavo di Svezia hanno portato alla luce diversi resti di un abitato molto antico. Pensa che la città etrusca scomparve circa trecento anni prima di Cristo, quando i Romani, oltrepassati i Monti Cimini, attaccarono gli Etruschi. In quello stesso periodo cominciò a nascere la Ferento romana. Torniamo ora alla nostra auto e proseguiamo per la strada secondaria che abbiamo imboccato. Ci condurrà all’abitato di Bagnaia, ma dovremo andare piano perché la strada è stretta e con diverse curve.

BAGNAIA

Eccoci arrivati a Bagnaia, una frazione di Viterbo. Originariamente era soltanto un castello intorno al quale si formò, a poco a poco, un borgo. La sua parte più antica è costruita su un’altura con le pareti ripide e rocciose. Questa struttura assicurava una difesa naturale: si poteva entrare soltanto dal lato più corto che era interamente sbarrato da una linea di fortificazioni. Fa parte di queste la torre cilindrica accanto alla quale si apre l’unica porta che permette di entrare nel borgo. Bagnaia è molto antica: le prime notizie della sua esistenza sono prima dell’anno 1000, ma non fu mai del tutto libera; prima era comandata da principi tedeschi, dopo venne unita al Comune di Viterbo e, più tardi fu comandata dai vescovi.
L’abitato cominciò ad estendersi oltre la porta quando venne costruita la bellissima villa rinascimentale. L’ingresso della villa si trova in cima alla salita che parte dalla piazza principale.
Si chiama Villa Lante perché uno degli ultimi proprietari fu la famiglia Lante della Rovere; anche la sua costruzione si deve ai cardinali Gambara e Montalto che ne vollero fare un luogo di pace e di riposo.
All’inizio non fu che una riserva con una casina di caccia che divenne, poco alla volta, un parco con sentieri segnati, eleganti fontane, luoghi per sostare e riposare.
Mentre aspettiamo di poter visitare il giardino, facciamo un giro. Ti assicuro che ne vale la pena: ci sono fontane molto belle, c’è la casa pendente e un pozzo dove veniva conservata la neve raccolta sui Monti Cimini per poter rinfrescare cibi e bevande dei cardinali durante l’estate.
Presto, è arrivato il momento di entrare nel giardino. Dietro la guida, risaliamo il pendio ripido che ci porta al punto più alto. Qui c’è la Fontana del Diluvio che raccoglie le acque di una sorgente del Cimino e alimenta tutte le fontane che si trovano più in basso.
Ecco la Fontana dei Delfini: guarda com’è originale la Catena d’Acqua che parte da questa e va a finire nella sottostante Fontana dei Giganti. Da qui l’acqua va nella vasca di una fontana che si chiama Tavola del Cardinale. Che comodità: gli invitati potevano sedere, magari mangiare mentre vedevano l’acqua scorrere.
Più sotto c’è la Fontana dei Lumini. Hai notato? Dalla sua balaustra si può ammirare tutto il Giardino all’italiana con la Fontana dei Quattro Mori che reggono lo stemma del Cardinale Montalto. Nelle Palazzine che vedi ai due lati i visitatori non possono entrare. Ti debbo confessare che a me una volta è capitato di vederle e ne sono rimasto colpito: sono bellissime e tutte arredate con mobili autentici!

LA QUERCIA

Sei stanco? Forse un po’ ma ne valeva la pena, vero?
Adesso ci fermeremo ancora un attimo sulla strada del ritorno per visitare il Santuario della Madonna della Quercia e poi rientreremo a Viterbo e concluderemo, per oggi, il nostro giro.
Per presentarti questo luogo ti racconterò ancora una leggenda. Battista il Chiavare aveva una vigna proprio dove adesso è il Santuario. Per difendere il suo podere dai ladri e dai malfattori, l’uomo aveva fatto dipingere da mastro Monetto un’immagine della Madonna su una tegola. Aveva, poi, attaccato la tegola ad una quercia che l’aveva avvolta con i suoi rami come per proteggerla.
L’immagine fece un certo effetto e i ladri non si avvicinarono più alla vigna. Passò di lì un eremita e prese l’immagine per portarla con sè, ma la tegola tornò da sola sulla quercia. Qualche tempo dopo Donna Bartolomea provò di nuovo a prendere la tegola.
La portò a casa sua, ma la sacra immagine volò di nuovo sulla sua quercia: la donna tornò a prenderla e la rinchiuse in una cassa, ma la tegola tornò al suo posto anche questa volta.
Quando si seppero tutti questi fatti miracolosi, la gente cominciò a venerare l’immagine al punto che si pensò di costruire una chiesa che la potesse accogliere in modo adeguato.
Il disegno del santuario venne fatto fare da un bravo architetto e la sua costruzione durò ottanta anni. La sua cura venne affidata ai Frati Domenicani. La quercia fu tagliata e con sopra la tegola con la Madonna dipinta venne messa in una specie di tempietto al centro della chiesa.
Osserva la semplice e bella facciata di questo luogo sacro, il timpano dove sono scolpiti due leoni ai lati di una quercia, i pilastri delle porte con bellissime sculture, le lunette in terra cotta invetriata di Andrea Della Robbia, le porte. Del campanile, così alto e robusto che ne pensi? Sembra un guerriero pronto a difendere la chiesa, non ti pare? Vedi le campane lassù in alto? Sono molto antiche. Quella maggiore, del 1528, è dedicata a Maria Santissima; la minore, costruita nel 1654, è dedicata a Sant’Agata.
Entriamo adesso a visitare l’interno del santuario e l’immagine sacra da molti ritenuta miracolosa. Non dimentichiamoci, però, di osservare anche le numerose opere che si trovano in essa, in particolare il soffitto, fatto tutto di rosoni e di fregi. Ah, dimenticavo di dirti che l’oro per esso adoperato è stato portato da Cristoforo Colombo dall’America.

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