Categoria: Percorsi

Da San Giovanni in Zoccoli a Corso Italia

Il nostro giro sarà lungo e pieno di cose interessanti da vedere, perciò entriamo subito da Porta della Verità e dirigiamoci a destra verso Via Mazzini, In poco tempo siamo arrivati in Piazza Dante che ci accoglie con la sua fontana medioevale a fuso.

SAN GIOVANNI IN ZOCCOLI

Appena superata la piazza, eccoci alla chiesa di S. Giovanni in Zoccoli. Il nome, a dire il vero, è un po’ strano ma non è difficile da spiegare. Una volta la chiesa di chiamava San Giovanni in Ciocola. Il nome veniva da “ciotola”. In molti dipinti antichi, infatti, San Giovanni Battista veniva rappresentato con una ciotola in mano. Questo oggetto, gli serviva per battezzare le persone.
Alza un attimo gli occhi e guarda il rosone che orna la sua facciata. E’ veramente bello, soprattutto se pensi che è l’unico ornamento di tutta la chiesa. Entriamo nel suo interno. Lo vedi? Le pareti sono nude, senza pitture, marmi o decorazioni. Anche se ti sembra strano, proprio questo la rende importante. La chiesa, infatti, non ha avuto grosse modifiche nei secoli ed è ancora come era nel Medioevo, quando è stata costruita.
Proseguiamo lungo Via Mazzini.

PIAZZA DELLA CROCETTA

Certo varrebbe la pena percorrere molti dei vicoli che la collegano con il Corso Italia. In ognuno c’è qualche cosa da scoprire: un palazzo, una finestra, una scalinata. Oggi, però, sarà meglio proseguire fino alla Piazzetta di Santa Maria in Poggio. I Viterbesi la conoscono come Piazza della Crocetta, perché, circa dal 1606, sono stati qui i Padri Crociferi.
Qui si sente, già nell’aria, la storia di Santa Rosa. In questo posto dovrebbe essere avvenuto il famoso “miracolo della brocchetta” che ogni viterbese sa raccontare. Come avvenne?
La Santa, come tutte le ragazze di quel tempo, era andata a prendere l’acqua alla fontana. Lì, naturalmente, incontrò altre ragazze che erano venute per lo stesso motivo in quello stesso posto. A una di queste cadde la brocca che stava riempiendo. La brocca si ruppe e la fanciulla cominciò a lamentarsi. Santa Rosa, allora, raccolse da terra i pezzi rotti, li rimise insieme e la brocca tornò sana.
La piccola statua della Santa che è stata messa in cima al fuso della fontana ricorda questo miracolo. Guarda, ora la chiesa che abbiamo di fronte. E’ stata rifatta più volte e ha perso del tutto il suo aspetto medievale, ma ti assicuro che è molto antica. Qui fu sepolta nella nuda terra Santa Rosa, che morì giovanissima. Si racconta che in seguito la Santa apparve in sogno al papa per ben tre volte. Egli diede allora l’ordine di ritirare fuori il suo corpo. Questo venne trovato intatto e venne trasferito con tutti gli onori: quattro cardinali trasportarono la bara sulle spalle, seguiti da un lungo corteo.
Proseguiamo lungo via Mazzini, per arrivare fino al punto dove il corpo di Rosa fu portato.

LA CASA DI SANTA ROSA

Questa che una volta era Via della Ficunaccia, ora si chiama Via Casa di Santa Rosa. Guarda lì a destra, quella piccola scalinata: in quella umile casupola sarebbe nata e vissuta la Santa giovinetta. Poiché la ragazza era figlia di un contadino e non era certamente ricca, si tratta di una costruzione semplice, senza ornamenti.
E’ però emozionante immaginare la vita della ragazza tra le mura di questa piccola casetta medioevale.
Poco più avanti si trovava il Monastero di San Damiano, dove vivevano le suore clarisse. Santa Rosa aveva chiesto di essere accettata nel monastero, ma la sua richiesta non era stata accolta.
Per esaudire il desiderio della giovane, almeno dopo la sua morte, il suo corpo venne portato proprio nella chiesa di quel monastero: Santa Maria delle Rose.
Più tardi l’umile chiesetta venne demolita e, al suo posto, fu costruito il grande santuario che vedi ora. Andiamo verso destra a visitare il corpo della Santa, ancora esposto in una meravigliosa bara di metallo e cristallo

LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Sai in quale data venne fatta la processione che trasportò il corpo di Santa Rosa?
Il 4 settembre. Molti pensano che la tradizione del trasporto della Macchina di Santa Rosa sia cominciata proprio da lì. All’inizio non fu che una processione, ma in seguito cominciò a comparire la parola “macchina”. Con questo nome s’intendeva, forse, parlare di una costruzione per trasportare nella città l’immagine della Santa.
Oggi la festa di Santa Rosa è ormai molto grande. Il “campanile che cammina”, dopo aver percorso le strade della città, arriva “di corsa” sulla piazza di fronte alla chiesa.
E’ senza dubbio il tratto più bello del percorso, ma anche il più pericoloso. Per questa ragione nessuno può restare in questa strada durante il passaggio della macchina. Soltanto i familiari dei facchini hanno il permesso speciale di aspettare i loro cari sulle scale della chiesa.
Per forza! Hanno il compito di “portare la giacca”. Subito dopo il faticoso trasporto, i facchini, stanchi, affaticati, sudati, hanno bisogno di coprirsi subito e di riabbracciare i parenti.
Ti piacerebbe avere ancora qualche notizia sui miracoli di Santa Rosa? Vedi questa stradina a destra che si apre sulla Via di Santa Rosa? Il suo nome ricorda il “miracolo delle rose”. La famiglia della ragazza non era certo ricca e davvero non si poteva permettere sprechi. La ragazza, però, non sapeva resistere al desiderio di aiutare i poveri. Così un giorno uscì di casa con il grembiule pieno di pezzi di pane da regalare a chi aveva fame.
Appena fuori incontrò suo padre Giovanni che le chiese dove andava e che cosa portava. La ragazza un po’ confusa e impaurita rispose: “Rose, padre mio”.
Dicendo queste parole aprì il grembiule e restò meravigliata lei stessa quando vide cadere di lì delle rose freschissime.

PIAZZA VERDI

Eccoci arrivati in quella che i Viterbesi chiamano anche Piazza del Teatro o Piazza dell’Unione. Il teatro che vi si trova è stato costruito circa 150 anni fa ed è stato restaurato più volte. Ancora oggi viene usato per tantissime rappresentazioni. Ospita anche la Scuola comunale di musica.
Dalla parte opposta della piazza puoi ammirare Palazzo Santoro che ospita la Biblioteca Comunale “degli Ardenti” dove ci sono anche molti libri rari e antichi.
Io qualche volta ci sono andato. Sai come funziona una biblioteca? Prima bisogna cercare il libro che ti interessa poi si riempie una scheda dove scrivi il tuo nome, cognome e il titolo del libro che vuoi. Poco dopo un incaricato ti consegna il libro e tu puoi andare a leggerlo tranquillo in una sala di lettura.
Se vuoi, puoi fare una tessera ed avere anche i libri in prestito. Comodo, no?
Imbocchiamo il Corso Italia e riprendiamo il nostro cammino. Dopo pochi passi, dove sbocca la Via Mazzini, sulla sinistra è murata una lapide. Hai notato come è strana la sua forma? Ricorda Porta di Sonza, una delle più antiche porte della Città che si apriva più o meno da queste parti. Le mura della Viterbo più antica, infatti, finivano qui. Fuori scorreva il fosso Sonsa, che adesso chiamiamo Urcionio. Porta Sonza aveva un grande privilegio, che gli era stato concesso dal figlio dell’imperatore Barbarossa.
Qualsiasi Viterbese che aveva qualche forma di servitù nei confronti di un altro e passava sotto questa porta diventava libero.
Porta Sonza era, insomma, una specie di “porta della libertà”.

CORSO ITALIA

Continuiamo la nostra passeggiata. Non ti stupire se vedi passeggiare, come noi, tante altre persone. Da tanto tempo questa è, per i Viterbesi, la via dove si passeggia, s’incontrano gli amici, ci si ferma a parlare e a conversare. La passeggiata al Corso è una” cosa sacra”, Si percorre tutta la via fino a Piazza delle Erbe e poi… si torna indietro per più di una volta. Come vedi ci sono molti negozi, Anche se ormai gli acquisti non si fanno più solo in centro, questa via è rimasta molto importante per chi desidera fare delle compere. Sempre nel Corso Italia s’incontra il più antico caffè della città, il Caffè Schenardi. Prende il nome dal primo proprietario che, verso la fine dell’800, volle trasformare il magazzino di un’antica e nobile famiglia in una sala da caffè. Lì era possibile consumare bibite e gelati seduti intorno a comodi tavolinetti e, intanto, incontrarsi, discutere, progettare iniziative. Il locale, anche se è in parte cambiato, mantiene ancora il disegno originario e le sue tradizioni.
Ormai il nostro giro sta per terminare: abbiamo raggiunto Piazza delle Erbe che hai già visto. Concediamoci una meritata sosta, magari seduti sui gradini della fontana.

[Photo: Bruno Pagnanelli]

Da Porta S. Pietro a Piazza S. Carluccio

PORTA SAN PIETRO

Possiamo entrare da Porta S. Pietro, una delle più antiche porte di Viterbo.
Se potesse parlare dei tempi lontani, ci racconterebbe di tutte le volte che è stata chiusa per difendere la città dagli attacchi degli eserciti romani e di tutte le grandi battaglie. Invece, eccola lì, piccola, semplice, ornata solo dallo stemma della Città: il leone con la palma. Questa porta ha un altro nome molto buffo: si chiama Porta Salicicchia o Salcicchia, forse perché era pavimentata con le selci, ma la gente del popolo ha un po’ cambiato questo nome e indovina? L’ha fatta diventare Porta Salciccia.

PALAZZO DI DONNA OLIMPIA

Quello che vedi accanto a Porta San Pietro è il Palazzo dell’Abate. Fu fatto costruire all’inizio del 1400 dai monaci di San Martino che si venivano a rifugiare qui quando c’era qualche guerra ed era pericoloso restare nella loro abbazia. Nel 1564, quando il fratello del papa e sua moglie, Donna Olimpia Maidalchini, diventarono principi di San Martino, anche il Palazzo dell’Abate diventò di loro proprietà.
Se entriamo dentro la porta, troviamo il Monastero delle Duchesse dove una volta venivano accolti e allevati i bambini abbandonati dalle mamme.

SAN PELLEGRINO

Da qui, per arrivare al centro del quartiere di San Pellegrino, dobbiamo percorrere tutta via San Pietro e poi, appena passata Piazza degli Orfani, dobbiamo girare a sinistra per una delle tante strade che incontriamo.
Sono strade strette, perché nel Medioevo non c’erano le macchine né le grandi carrozze e le strade ampie non servivano. Era, poi, utile che fossero tortuose, così il vento vi si infilava di meno e faceva meno freddo.
Come vedi sono senza marciapiedi e quasi tutte con i selci. Queste pietre noi le chiamiamo anche sampietrini, perché sono dello stesso tipo e della stessa forma di quelle usate anche per pavimentare Piazza San Pietro a Roma. Certo che, vista da qui, Viterbo non sembra proprio una grande città: poco traffico, niente semafori, i rumori sono rari. Le case sono piccole e di peperino, una pietra vulcanica locale, di colore grigio.
E’ vero, qui non ci sono alberi e qualche casa, ancora non restaurata, ha la facciata rovinata, ma i fiori rossi alle finestre mettono allegria, no?
Non a caso, da qualche anno, qui si svolge “San Pellegrino in fiore”. Vedessi come sono più vive, allora, tutte queste viuzze, addobbate dai fiori esposti da molti fiorai della zona! Ci passeggiano molte persone che vengono per visitare la mostra e per assistere a manifestazioni e spettacoli che l’accompagnano.
Eccoci in Via San Pellegrino. In quella casa sulla destra, restaurata da poco, c’è la sede del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa. E’ il posto dove si riuniscono a prendere le loro decisioni i facchini che il 3 settembre trasportano la macchina.
Ecco, purtroppo è chiuso, così non lo potremo visitare e mi dispiace perché dentro, tra le altre cose, ci sono i disegni di tutte le macchine costruite dall’inizio fino ad oggi.

PIAZZA SAN PELLEGRINO

Quella in cui ci troviamo adesso è Piazza San Pellegrino.
Qui c’è il palazzo artisticamente più interessante di tutto il quartiere. E’ il Palazzo degli Alessandri, una delle famiglie più in vista del Medioevo a Viterbo.
Devi sapere che, come avveniva spesso in quell’epoca, per un certo periodo, gli Alessandri persero il loro potere e furono cacciati dalla Città.
In simili occasioni, si usava distruggere tutti i palazzi che appartenevano alla famiglia cacciata. Così sarebbe successo anche al Palazzo degli Alessandri, se non fosse intervenuto il Papa che ordinò di non toccare niente.
Come puoi vedere, questo palazzo, che oggi viene usato per mostre e conferenze, non ha scala esterna: essa si trova all’interno e prende luce da un balcone chiuso da un ampio arco.
Tutta la piazza è un vero gioiello: osserva gli archi, le colonne, le torri! Ti sembra di vivere in quel tempo? Ti immagini la piazza piena di artigiani al lavoro, di persone, di carri che passano, di animali? Avrai senz’altro visto una scena simile in qualche film.
Guarda in alto. Vedi lassù quante belle torri? Lo sai? Nel Medioevo le torri erano davvero molto importanti. Più una famiglia era potente e più la sua torre era alta.
Oggi si fa prima a dimostrare la propria ricchezza, basta un bolide di macchina o, magari, una barca!

PIAZZA SCACCIARICCI

Adesso continuiamo la nostra camminata per via S. Pellegrino e passiamo sotto l’arco di Palazzo degli Alessandri. Alza gli occhi: guarda che travi di legno reggono la casa che sta sopra! Sono neri, certo non sono ridotti bene. Pensa, però, da quanto tempo stanno lì. Le nostre case dureranno così tanto?
Intanto siamo arrivati in un’altra meravigliosa piazzetta: piazza Scacciaricci. Leggi quella lapide attaccata al muro lì, a sinistra. Ti dice che questo quartiere è stato costruito in maggior parte da gente semplice, ma che aveva buon gusto. Sulla destra puoi vedere il profferlo forse più famoso della città.

IL PROFFERLO

Anche se il nome sembra strano, guardandolo è facile capire che cosa è un profferlo.
E’ una scala esterna, fatta di peperino, che si appoggia sopra un arco. Questa scala porta a un balcone, spesso ornato con vasi di fiori, che fanno diventare tutto più vivo e allegro.
Chissà quante ragazze si saranno affacciate a questo o ad altri profferii che si trovano nella città per vedere, almeno da lontano, il fidanzato che passava.

ARTE E ANTIQUARIATO

Continuiamo su via S. Pellegrino. Hai notato? Non ci sono supermercati né negozi di abbigliamento; anche i bar e le rivendite di alimentari sono pochi.
Praticamente, nel quartiere si trovano quasi tutte botteghe di antiquari, restauratori, artisti. Magari a te non interessano neppure molto, ma coloro che sono appassionati di cose antiche o d’arte spesso vengono qui per visitare questi negozi che non potrebbero stare in un posto più adatto.
Di sabato e di domenica, inoltre, per le strade principali di S. Pellegrino ci sono le bancarelle del mercatino dell’Antiquariato. Mentre si passeggia, si può trovare di tutto: libri vecchi, fotografie e disegni, vestiti di una volta, mobili, anche cose piccole da poter comprare a prezzi non esagerati.
Siamo arrivati in piazza S. Carluccio. La fontana che vedi a destra, attaccata al muro dell’Istituto delle Maestre Pie Venerine, è molto antica e porta impressi i simboli dei Gatteschi e degli Anguillara. Quel palazzo di fronte una volta era un ospizio per i vecchi.

Da Porta Romana a Piazza del Plebiscito

Eccoci di fronte alla porta che permette di arrivare subito al centro della città.
Porta Romana fu rifatta in sostituzione di una porta più antica che si apriva sotto la torre, trasformata in campanile della chiesa di San Sisto.
Porta Romana fu detta, all’inizio, Pamphilia o Innocenziana perché venne inaugurata nel 1643 da Innocenzo X venuto a Viterbo a trovare sua cognata Donna Olimpia Pamphili.
Proprio sopra la porta infatti puoi vedere gli stemmi del papa Innocenze X che la inaugurò e quello di Clemente XI. Tra i due stemmi la statua di Santa Rosa, patrona della città. Guarda, sulle pietre si vedono i segni delle cannonate sparate dalle truppe francesi che nel dicembre del 1798 volevano entrare nella città. Hai notato che ci sono ancora le porte di legno? Furono costruite dal vetrallese Francesco Minestrone.
Entriamo nella città. Lo sai? La sera del 3 settembre la Macchina di Santa Rosa, il famoso campanile che cammina, parte proprio dallo spazio qui a destra, tra le mura e San Sisto. Poco prima di iniziare il faticoso trasporto, i facchini si raccolgono in preghiera proprio dentro questa chiesa. Qui, come gli antichi cavalieri prima della battaglia, questi uomini, che vengono ritenuti i Cavalieri di Santa Rosa, ricevono una benedizione particolare. Solo dopo questa cerimonia tornano sulla piazza ad attendere gli ordini di chi guiderà il trasporto.

CHIESA DI SAN SISTO

Sulla nostra destra troviamo subito la chiesa di San Sisto, molto rimaneggiata nel corso dei secoli.
Si sa per certo che nel Medioevo da queste parti si trovava un paesello chiamato Vico Quinzano e che qui sorgeva l’antica Chiesa di San Marco dove gli abitanti dell’antico Vico andavano a pregare. In seguito venne costruita la nuova chiesa sui resti di quella precedente. Se guardi le colonnine del suo piccolo campanile, puoi ricordare quelle del campanile di Santa Maria in Cella e del chiostro di Santa Maria Nuova. Senza dubbio la prima chiesa era più piccola e si limitava al piano inferiore. Quando, nel 1200 la città si estese verso Porta San Sisto, la chiesa venne prolungata fino alle mura che vennero addirittura tagliate per costruire la sua parte finale (abside).
Le mura, però, si trovavano molto più in alto rispetto al piano della prima chiesa e, allora, si decise di collegare le due parti con una ripida scalinata. Per dare, poi, all’edificio un campanile più grande, si utilizzò una delle torri della cinta muraria. La chiesa, gravemente danneggiata dai bombardamenti dell’ultima guerra, è stata ricostruita e restaurata come era in origine.

VIA GARIBALDI E VIA CAVOUR

Hai notato come è diversa questa via che scende davanti a noi ? Non somiglia a quelle medievali che hai incontrato negli altri giri per il centro di Viterbo. Vorrai certamente saperne la ragione. Dalla seconda metà del 1500 vi furono nuove necessità che obbligarono i cittadini a modificare le strade. Fino ad allora una delle strade maggiormente percorse era quella che arrivava dai Monti Cimini. Questa, attraverso porta Vallia (oggi Porta San Leonardo) giungeva a Piazza San Silvestro e al colle del Duomo, e qui si collegava con l’antica Cassia. Questo percorso aveva un senso fino a quando il centro della città si trovava tra la piazza del Duomo e quella di San Silvestro (Piazza del Gesù). Però, dopo la costruzione del nuovo Comune, il centro politico e amministrativo della città si spostò. Occorreva quindi costruire nuove strade che permettessero di raggiungere più facilmente il Comune. Il cardinale Alessandro Farnese propose la costruzione di una strada che, secondo il gusto del suo tempo, doveva essere larga e dritta. Questa via doveva collegare la Piazza del Comune con quella della Fontana Grande. Per riuscire a portare a termine questa impresa occorreva, però abbattere molte case. Per compensare la perdita ai proprietari di queste case fu messa una tassa molto particolare: chiunque macinava il grano avrebbe dovuto pagare una moneta d’argento (grosso) ogni certa quantità di grano.
La strada prese il nome di Farnesiana, ma la gente comune continuò a chiamarla Via Nuova. Prese il nome di Via Cavour soltanto dopo il 1870, in seguito all’unità d’Italia.
L’opera di sistemazione delle strade iniziata da Alessandro Farnese fu continuata dal governatore di Viterbo Michelangelo de’ Conti, futuro papa Innocenzo XIII. Egli volle che la grande strada proseguisse dalla Piazza della Fontana Grande fino alla Porta Romana. Anche questa strada prese, all’inizio il nome del suo realizzatore, ma, dopo l’unità d’Italia, venne chiamata Via Garibaldi. Ora ci stiamo dirigendo verso piazza Fontana Grande. Questa piazza si trova circa a metà tra le due strade che uniscono la Porta al Comune.

PIAZZA FONTANA GRANDE

Mi hanno insegnato un antico stornello toscano che dice:

E sete la più bella mentovata
più che non è di Maggio rosa o fiore
più che non è d’Orvieto la facciata
e di Viterbo la fonte maggiore.

Ci pensi? Questo innamorato dice alla sua ragazza che è più bella perfino della facciata del Duomo di Orvieto e della Fontana Maggiore (Fontana Grande) di Viterbo. Questo vuol dire che la fontana era considerata una delle opere più belle della zona.
Non conosciamo la data esatta della costruzione della fontana. Sembra però che la prima ci fosse già alla fine del 1100 e per tutto il secolo successivo vennero eseguiti lavori per renderla più grande e più bella. La Fontana fu sempre tenuta in gran conto tanto che era prevista una forte multa per chi avesse aperto il suo tubo di scarico o avesse abbeverato animali nella sua vasca. Venne chiamata Fontana del Sepale o del Separe. Il nome Sepale forse deriva dalla siepe o dalla staccionata che circondava la fontana originaria. Sepale venne poi cambiato in Separi che vorrebbe significare “sine pari” cioè senza pari, proprio per sottolineare la bellezza della fontana che non somiglia ad alcun altra. Osserviamola un po’ più da vicino.
Sotto presenta una vasca a croce. Al centro di questa si alza un’alta colonna che regge due vasche più piccole. Ciascuna vasca piccola ha quattro vaschette che la fanno somigliare a un fiore.
La fontana termina con una punta che ricorda la parte finale delle fontane a fuso, anche se è decorata con maggiore ricchezza.
Usciamo dalla piazza che ospita la fontana ed attraversiamo Via Cavour che scende fino alla Piazza del Plebiscito. In questo modo imbocchiamo un’altra via del centro di Viterbo: Via Saffi. Proprio sotto la torre più bella e grandiosa del rione, la strada s’incrocia con via della Pace. Noi, però, proseguiamo ancora perché tra poco questa strada ci porterà a un monumento ben più importante.

CASA POSCIA

Ecco che in pochi passi abbiamo raggiunto la bella casa del milletrecento con il suo elegante profferlo e il balcone ricoperto di fiori.
Ti piace? La gente del popolo immaginò che su questo bellissimo balcone si affacciasse la più bella ragazza di Viterbo che si chiamava Galiana.
Secondo la leggenda aveva una pelle così bianca e trasparente che, quando beveva, si vedeva il vino scendere nella sua gola.
Si pensò, perciò, che la costruzione fosse la casa della Bella Galiana. In realtà non si sa chi furono i suoi antichi proprietari e non si è riusciti a riconoscere lo stemma molto rovinato che si vede sulla facciata. Oggi alla casa viene dato il nome della famiglia Poscia che ultimamente l’ha posseduta a lungo.
Proseguiamo, ora per Via Saffi.
Incontriamo i Palazzi che ospitano gli Uffici della Amministrazione Provinciale e, subito dopo, la Sala Anselmi dove spesso si possono visitare mostre di vario genere.
Proseguiamo ancora per poco ed arriviamo a Piazza delle Erbe.
Al suo centro puoi vedere l’elegante fontana, costruita nel 1621. Nel 1700 i suoi leoni furono sostituiti dai leoni di marmo regalati alla città dallo scultore Pio Fedi. Noi tutti siamo molto legati a questa fontana perché, nelle giornate particolarmente limpide e fredde di tramontana l’acqua si gela intorno ai leoni e crea uno strano effetto. Allora diciamo: “Certo che è freddo! Hanno messo la barba anche i leoni di Piazza delle Erbe!”
Guarda un attimo l’elegante edifìcio che si trova a destra tra la Piazza e l’inizio di Corso Italia. Viene detto Casa della Pace, per via di una targa che ricorda un tentativo di superare le baruffe tra cittadini.
Giriamo adesso sulla sinistra e infiliamoci in Via Roma, la strada che prosegue il Corso Italia fino alla Piazza del Plebiscito.

LA TORRE CAMPANARIA

Subito ci viene davanti agli occhi la bella e slanciata Torre dei Priori. Alta 44 metri fu ricostruita nel 1487 sulle fondamenta di quella precedente. L’elegante ornamento in ferro che vedi sulla sua cima fu messo all’inizio del 1800 e in quello stesso periodo vi fu collocata anche 1′ attuale campana maggiore. Questa campana proveniva dalla chiesa di S. Maria della Verità ed era stata fusa nel 1452 da Mastro Sante delle Campane.
Il primo orologio pubblico di Viterbo fu messo sulla torre nel 1424, qualche anno più tardi del primo orologio di Roma.

PIAZZA DEL PLEBISCITO

Eccoci arrivati in quella che ogni Viterbese continua a chiamare Piazza del Comune e che è, dal 1200, il centro della città.
La piazza fu ricavata in un posto occupato in gran parte dal cimitero della chiesa di Sant’Angelo in Spatha e comprende, oltre la chiesa, i palazzi che ancora oggi ospitano gli uffici del Comune. Al centro si trova il Palazzo dei Priori. Attraverso un corridoio questo è messo in comunicazione con il Palazzo del Podestà, che sta alla sua sinistra. A destra c’è, invece, il Palazzo del Capitano del Popolo, oggi sede della Prefettura. Puoi vedere, inoltre, messi su due colonne all’ingresso di Via Roma e di Via San Lorenzo, due leoni, simbolo della città, scolpiti in una pietra chiamata “nenfro”.
Un’antica leggenda narra, infatti, che Viterbo è stata fondata da Èrcole che veniva rappresentato coperto con la pelle di un leone.
Lo stemma della città rappresenterebbe proprio il leone ucciso da Ercole in una delle sue famose “fatiche”.
In realtà, durante il primo periodo comunale, paesi e città vollero avere un simbolo della loro indipendenza. Di solito, le città guelfe, cioè più fedeli al Papa, sceglievano il leone. Quelle ghibelline, invece, alleate dell’Imperatore preferivano l’aquila.

Viterbo scelse il leone e il motto:

“Non metuens verbum, leo sum qui signo Viterbum”

cioè: “Non temo minacce, io sono il leone che rappresenta Viterbo”.

Hai notato che i due leoni non sono uguali? Quello sotto la torre campanaria presenta anche una palma. Questa era, a dire il vero, il simbolo di Ferento. Quando, però, i Viterbesi saccheggiarono e distrussero quella città, decisero di unire il suo stemma al proprio per ricordare la grande vittoria.

PALAZZO DEI PRIORI

Il più importante edificio della piazza è, senza dubbio, il Palazzo dei Priori, Questo conserva intatto l’originario porticato sotto il quale si trova il portone d’ingresso, mentre il piano superiore fu modificato in vari periodi.
Entriamo e riposiamoci un attimo in una delle panchine di peperino che si trovano nel giardinetto interno. Certo è fresco qui ed una breve sosta ci permette di gustare più a lungo la bellezza del posto: la fontanina con i due leoni rampanti sulla palma, il lieve rumore dell’acqua, il colore del peperino mescolato con il verde del giardino, i coperchi dei sarcofagi etruschi con le caratteristiche figure sdraiate. Gli occhi, salendo in alto, scoprono, sopra il portico, una bella loggia. Chissà che vista ci sarà da lassù! Saliamo attraverso l’ampia scalinata che ci porta al piano superiore. Qui c’è una serie di bellissime sale. Tra queste la più importante è la Sala Regia, ornata da affreschi del 1500. Sulle pareti si possono osservare illustrati i fatti storici e mitologici che riguardano la nascita di Viterbo e i personaggi importanti delle varie epoche. Sul soffitto sono rappresentati borghi e castelli sotto il dominio di Viterbo.

LA TOMBA DELLA BELLA GALIANA

Usciamo dal Palazzo Comunale. Di fronte vediamo la facciata della chiesa di S. Angelo in Spatha. Questa chiesa, molto antica, è stata completamente trasformata nel 1700 ed ha perso completamente l’aspetto che aveva prima. A destra della porta, puoi vedere, sotto vetro, la fotografia di un sarcofago che una volta era collocato proprio lì e che ora è stato restaurato e viene conservato nel Museo Civico. I Viterbesi lo conoscono come la tomba della Bella Galiana, di cui abbiamo già parlato a proposito di Casa Poscia.
Secondo la leggenda, un signore di Roma sentì raccontare di questa bellissima ragazza, se ne innamorò e venne a chiederla in moglie. La ragazza, però, non lo volle e il nobile romano mise in assedio la città. Dopo molto tempo, promise che sarebbe tornato a Roma se almeno gli avessero fatto vedere Galiana per l’ultima volta. Quando, però la fanciulla si affacciò da una torre, non seppe resistere al pensiero di perderla. Prese una freccia e l’uccise.

Da Porta Fiorentina a La Quercia

PORTA FIORENTINA

Il primo sguardo, naturalmente, lo dedichiamo alla porta. Anticamente si chiamava Porta Santa Lucia. Ebbe il compito di accogliere e far entrare in città quasi tutti i personaggi importanti che la visitarono: Federico II (1234), Ludovico il Bavaro (1327), Carlo VIII (1494) l’imperatore di Russia Nicola I (1845).
All’esterno della porta si trova una lapide: la sua iscrizione ci spiega, in modo chiaro, l’accaduto:
Il Municipio di Viterbo edificò in modo più adatto e con maggiore eleganza questa Porta Fiorentina nell’anno 1768 essendo Papa Clemente XIII.In realtà, non fu il Papa a realizzare la nuova porta, ma tutte le spese furono pagate da un ricco cittadino di Viterbo, Francesco Selvi. Allo stesso modo, nel 1886 la Cassa di Risparmio di Viterbo finanziò l’apertura dei due archi laterali che danno alla porta il suo grandioso aspetto. Il fatto è ricordato in due lapidi laterali, anche se è scritto in latino e non si capisce facilmente.
Questa porta fu enormemente danneggiata dall’ultima guerra e, praticamente, è stato necessario ricostruirla. Nel 1988 è stato aperto un nuovo passaggio pedonale.
Saliamo sulla nostra macchina, percorriamo Piazzale Granisci e subito dopo aver superato il passaggio a livello, giriamo a sinistra per la Via Teverina. A circa due chilometri incontriamo il bivio che porta al campo-scuola. Lo sai che tutti possono venire qui e allenarsi nelle specialità dell’atletica leggera? Anch’io, insieme ai miei amici, ci vengo spesso.

FERENTO

A circa otto chilometri da Viterbo giriamo a destra per una strada che in pochissimo tempo ci porta a Ferento. L’antica città romana ebbe il suo periodo di massimo splendore durante l’impero.

Nel Medioevo fu invasa poi dai barbari e perse molta della sua forza e della sua potenza. I suoi abitanti vennero sconfitti dai Viterbesi dopo una serie di vicende che, di nuovo, ci fanno pensare alla leggenda. Come andò? Ferento era in guerra contro Nepi. Chiese aiuto a Viterbo che mandò le sue truppe. Quando, però, i soldati partirono e la città rimase senza protezione, i Ferentani arrivarono a Viterbo a tradimento, l’assalirono e la saccheggiarono. Un prete montò su una cavalla, raggiunse le truppe viterbesi e le avvertì di quello che stava accadendo.
I cittadini di Viterbo tornarono in fretta indietro e, incontrati i Ferentani, li sconfissero.
Per qualche tempo sembrò che tra i due centri abitati regnasse la pace, anche perché Ferento aveva giurato di restare sottomessa.
L’anno dopo, però, i Viterbesi entrarono con la forza a Ferento, portarono via le cose più preziose, distrussero il resto. Gli abitanti che riuscirono a fuggire si dispersero nel territorio circostante. Alcuni andarono ad abitare in grotte non molto distanti dalla loro città: nacque così Grotte S. Stefano. Un gruppo di Ferentani pare che si sia stabilito a Viterbo e abbia popolato il quartiere di San Faustino.
Dopo queste vicende, le macerie di Ferento rimasero dimenticate per anni. Solo agli inizi del 1900 vennero organizzate campagne di scavi che portarono alla luce prima alcune statue, poi il teatro e, in seguito, un tratto di strada, una parte delle Terme e alcune abitazioni.
Quello che vedi è il Teatro, considerato uno dei monumenti di maggior rilievo. In estate viene organizzata qui un’interessante stagione teatrale.
Fino ad ora ti ho raccontato della potenza e della fine della Ferento romana. Prima di questa, però, è esistita una Ferento etrusca che sorgeva proprio sul poggio di fronte a quello su cui ci troviamo.
Adesso ci sposteremo con la macchina per andare a raggiungere quel posto.

L’ACQUAROSSA

Visto che siamo arrivati in un attimo? Tra Ferento e l’Acquarossa non ci sono neppure tre chilometri. Stavolta non ti spiegherò il nome di questo posto. Scendiamo soltanto alla sorgente che sta in fondo a questa breve discesa prima del ponte. Bello, vero? Vedi come le pietre sono rosse per il deposito che lascia l’acqua. Bevi qualche sorso. L’acqua è fresca, ma ha uno strano sapore, aspro, di ruggine, perché contiene il ferro.
Ora che ci siamo rinfrescati raggiungiamo il colle di San Francesco, dove si trovava l’antica Ferento. Numerose campagne di scavo dovute all’opera di re Gustavo di Svezia hanno portato alla luce diversi resti di un abitato molto antico. Pensa che la città etrusca scomparve circa trecento anni prima di Cristo, quando i Romani, oltrepassati i Monti Cimini, attaccarono gli Etruschi. In quello stesso periodo cominciò a nascere la Ferento romana. Torniamo ora alla nostra auto e proseguiamo per la strada secondaria che abbiamo imboccato. Ci condurrà all’abitato di Bagnaia, ma dovremo andare piano perché la strada è stretta e con diverse curve.

BAGNAIA

Eccoci arrivati a Bagnaia, una frazione di Viterbo. Originariamente era soltanto un castello intorno al quale si formò, a poco a poco, un borgo. La sua parte più antica è costruita su un’altura con le pareti ripide e rocciose. Questa struttura assicurava una difesa naturale: si poteva entrare soltanto dal lato più corto che era interamente sbarrato da una linea di fortificazioni. Fa parte di queste la torre cilindrica accanto alla quale si apre l’unica porta che permette di entrare nel borgo. Bagnaia è molto antica: le prime notizie della sua esistenza sono prima dell’anno 1000, ma non fu mai del tutto libera; prima era comandata da principi tedeschi, dopo venne unita al Comune di Viterbo e, più tardi fu comandata dai vescovi.
L’abitato cominciò ad estendersi oltre la porta quando venne costruita la bellissima villa rinascimentale. L’ingresso della villa si trova in cima alla salita che parte dalla piazza principale.
Si chiama Villa Lante perché uno degli ultimi proprietari fu la famiglia Lante della Rovere; anche la sua costruzione si deve ai cardinali Gambara e Montalto che ne vollero fare un luogo di pace e di riposo.
All’inizio non fu che una riserva con una casina di caccia che divenne, poco alla volta, un parco con sentieri segnati, eleganti fontane, luoghi per sostare e riposare.
Mentre aspettiamo di poter visitare il giardino, facciamo un giro. Ti assicuro che ne vale la pena: ci sono fontane molto belle, c’è la casa pendente e un pozzo dove veniva conservata la neve raccolta sui Monti Cimini per poter rinfrescare cibi e bevande dei cardinali durante l’estate.
Presto, è arrivato il momento di entrare nel giardino. Dietro la guida, risaliamo il pendio ripido che ci porta al punto più alto. Qui c’è la Fontana del Diluvio che raccoglie le acque di una sorgente del Cimino e alimenta tutte le fontane che si trovano più in basso.
Ecco la Fontana dei Delfini: guarda com’è originale la Catena d’Acqua che parte da questa e va a finire nella sottostante Fontana dei Giganti. Da qui l’acqua va nella vasca di una fontana che si chiama Tavola del Cardinale. Che comodità: gli invitati potevano sedere, magari mangiare mentre vedevano l’acqua scorrere.
Più sotto c’è la Fontana dei Lumini. Hai notato? Dalla sua balaustra si può ammirare tutto il Giardino all’italiana con la Fontana dei Quattro Mori che reggono lo stemma del Cardinale Montalto. Nelle Palazzine che vedi ai due lati i visitatori non possono entrare. Ti debbo confessare che a me una volta è capitato di vederle e ne sono rimasto colpito: sono bellissime e tutte arredate con mobili autentici!

LA QUERCIA

Sei stanco? Forse un po’ ma ne valeva la pena, vero?
Adesso ci fermeremo ancora un attimo sulla strada del ritorno per visitare il Santuario della Madonna della Quercia e poi rientreremo a Viterbo e concluderemo, per oggi, il nostro giro.
Per presentarti questo luogo ti racconterò ancora una leggenda. Battista il Chiavare aveva una vigna proprio dove adesso è il Santuario. Per difendere il suo podere dai ladri e dai malfattori, l’uomo aveva fatto dipingere da mastro Monetto un’immagine della Madonna su una tegola. Aveva, poi, attaccato la tegola ad una quercia che l’aveva avvolta con i suoi rami come per proteggerla.
L’immagine fece un certo effetto e i ladri non si avvicinarono più alla vigna. Passò di lì un eremita e prese l’immagine per portarla con sè, ma la tegola tornò da sola sulla quercia. Qualche tempo dopo Donna Bartolomea provò di nuovo a prendere la tegola.
La portò a casa sua, ma la sacra immagine volò di nuovo sulla sua quercia: la donna tornò a prenderla e la rinchiuse in una cassa, ma la tegola tornò al suo posto anche questa volta.
Quando si seppero tutti questi fatti miracolosi, la gente cominciò a venerare l’immagine al punto che si pensò di costruire una chiesa che la potesse accogliere in modo adeguato.
Il disegno del santuario venne fatto fare da un bravo architetto e la sua costruzione durò ottanta anni. La sua cura venne affidata ai Frati Domenicani. La quercia fu tagliata e con sopra la tegola con la Madonna dipinta venne messa in una specie di tempietto al centro della chiesa.
Osserva la semplice e bella facciata di questo luogo sacro, il timpano dove sono scolpiti due leoni ai lati di una quercia, i pilastri delle porte con bellissime sculture, le lunette in terra cotta invetriata di Andrea Della Robbia, le porte. Del campanile, così alto e robusto che ne pensi? Sembra un guerriero pronto a difendere la chiesa, non ti pare? Vedi le campane lassù in alto? Sono molto antiche. Quella maggiore, del 1528, è dedicata a Maria Santissima; la minore, costruita nel 1654, è dedicata a Sant’Agata.
Entriamo adesso a visitare l’interno del santuario e l’immagine sacra da molti ritenuta miracolosa. Non dimentichiamoci, però, di osservare anche le numerose opere che si trovano in essa, in particolare il soffitto, fatto tutto di rosoni e di fregi. Ah, dimenticavo di dirti che l’oro per esso adoperato è stato portato da Cristoforo Colombo dall’America.

Da Porta Faul a Prato Giardino

PORTA FAUL

Prima di partire, però, fermiamoci almeno un attimo, a osservare Porta Faul. E’ del tutto diversa dalle altre perché non è piccola come le porte medioevali, ma neanche grande come Porta Romana e Porta Fiorentina. Ti chiederai come mai.
Nel Medioevo, vicino a Porta di Valle, era stata costruita la parte finale delle mura per racchiudere tutta la città. Lì vicino passava il fosso Urcionio.
Nel 1454 questo, però, straripò, sommerse campi, persone e distrusse le mura da poco costruite. Diventò, perciò necessario ripararle e in quell’occasione si decise di fare una nuova porta per sostituire Porta di Valle.
Questa porta fu aperta in un’antica torre di cui è stata tagliata la parte superiore. All’inizio venne chiamata Farnesiana, in onore di Alessandro Farnese, però il popolo di Viterbo l’ha sempre chiamata Porta Faul perché permetteva di entrare nella Valle di Faul. Hai notato che questo nome si vede spesso anche sugli stemmi, mentre si gira per le strade di Viterbo?
Devi sapere che il sacerdote domenicano Annio, studioso serio, ma pieno di fantasia, raccontò che Noè aveva fondato quattro castelli: Fanum, Arbanum, Vetulonia, Longola. Dall’unione di questi quattro centri sarebbe nata Viterbo. Dopo questo racconto venne messo, sotto la zampa del leone dello stemma, un globo diviso in quattro parti in cui apparivano le lettere F.A.U.L.: erano le iniziali dei castelli che avevano formato Viterbo.
Certo che la nostra città è piena di leggende! Sicuramente ricordi quella della Bella Galiana che ti ho raccontato quando siamo passati sotto Casa Poscia. Sai già che il suo innamorato aveva chiesto di vederla prima di tornare a Roma con le sue truppe.
La torre che si trova a sinistra di Porta Faul, praticamente attaccata all’antica Porta di Valle è, per i Viterbesi, la torre della Bella Galiana. Da qui, secondo la fantasia popolare, la ragazza si sarebbe affacciata.
Nel 1706 venne aperto accanto alla Porta Faul un passaggio per far scorrere via le acque del torrente Urcionio. Ti chiederai dove sia questo fosso tanto nominato. Solo da pochi anni scorre sotto terra in grandi tubi, ma quando ci sposteremo per andare verso le Terme, potremo vederlo alla nostra sinistra.

IL BULICAME

Saliamo sul nostro pullman e percorriamo per un po’ la strada che corre lungo l’Urcionio e che, a destra, ci lascia vedere diverse grotte scavate nel tufo. Procediamo fino ad arrivare al fontanile che i Viterbesi chiamano Fontan del Boia. Curioso nome, vero? I nostri vecchi raccontano che la casetta vicino la fontana era proprio la casa del boia, cioè della persona che uccideva i condannati a morte. Pare che l’uomo lavasse nella fontana la sua scure, per lui “ferro del mestiere”. Adesso giriamo a destra e poco dopo incontriamo una stradina bianca che ci porta all’Orto botanico. Questo giardino che è sorto da pochi anni, già ospita diverse piante, alcune anche rare. Se leggiamo l’avviso attaccato al cancello, possiamo sapere sia l’orario di apertura, sia il prezzo del biglietto per visitarlo.
Di fronte all’Orto botanico si apre una spianata, ricoperta da incrostazioni bianche. Senti che odore particolare viene da quella parte? Dentro quel recinto c’è una grossa e famosa sorgente termale: il Bulicame.
Avviciniamoci. L’odore caratteristico che sentiamo ci fa capire che l’acqua che sgorga contiene zolfo. Vedi come bolle? In realtà è solo impressione. L’acqua sgorga a 60 gradi e i gas che si liberano dall’acqua fanno sembrare che stia bollendo. In passato alcuni pensavano che quest’acqua poteva lessare in pochi secondi qualunque cosa ci cadeva dentro e altri credevano che questa pozza fosse l’ingresso dell’inferno.
Tu lo sai che la fantasia riesce a dare spiegazioni a tutto!
Certo è che, fin dall’antichità, quest’acqua viene usata per curare tanti malanni.
Di fronte alla pozza recintata del Bulicame c’è una colonna di pietra con una lapide che riporta i versi di Dante Alighieri. Il poeta paragona i ruscelletti che escono dalla “callara” del Bulicame a ruscelli dell’Inferno. Questo dimostra che anche Dante aveva visitato la zona.
Ora vorrei condurti alle Terme che usano l’acqua del Bulicame e delle altre sorgenti che il nostro territorio offre abbondanti, perché è di origine vulcanica.

LE TERME

Già dal tempo degli Etruschi e dei Romani, vicino alle diverse sorgenti che formano il Piano dei Bagni, furono costruite ville e terme. Nel Medioevo anche i papi Gregorio IX e Bonifacio IX si curarono in queste acque,
Soltanto i ricchi però potevano godere delle meravigliose qualità dell’acqua termale della nostra città. Intorno al ‘400, invece, furono costruiti alcuni bagni pubblici che presero il nome di “Bagno delle Grotte”, Quando, però, vennero a curarsi qui la madre del Papa Nicolo V e poi lo stesso Pontefice, essi cambiarono il loro nome in “Bagni del Papa”. Nicolo V fece anche costruire vicino alle Terme un palazzo che poi fu fatto ingrandire da Papa Pio II. Nel 1930 fu costruita la grande piscina dove ancora oggi si possono fare dei piacevoli bagni, anche in inverno. Lo so che la piscina è scoperta, ma il tepore dell’acqua è tale che molte persone frequentano la piscina anche quando fa freddo e riescono anche ad avere per tutto Tanno una “tintarella” invidiabile.
Ci avresti mai pensato? Nell’acqua della piscina molti fanno il brindisi di Capodanno!
Dai, mettiamo il nostro autobus nel parcheggio delle Terme dei Papi, andiamo anche noi a pagare il biglietto ed entriamo a farci un bagno. Potrò raccontarti qualche cosa sulle Terme anche mentre ci riposiamo nell’acqua.
Dopo la Seconda guerra mondiale vennero ricostruiti gli impianti danneggiati e le Terme vennero divise in due stabilimenti separati.
Quelle che vedi da qui, mentre sei immerso nell’acqua della piscina, sono le Terme Comunali: le recenti opere di sistemazione le hanno trasformate in un moderno complesso che offre cure e, a richiesta, alloggi di prim’ordine.
Attaccato allo stabilimento termale c’è un lussuoso albergo. Il nome? Nicolo V, naturalmente!
Poco più avanti c’è un altro bellissimo complesso dove diverse personalità vengono a trascorrere piacevoli periodi di riposo: il Pianeta Benessere. Adesso, credo che sarebbe il caso di riprendere il nostro giro.

CASTEL D’ASSO

Usciamo dal parcheggio delle Terme dei Papi e, girando a sinistra, continuiamo la Strada Bagni che tra breve ci porterà a Caste! D’Asso.
Qui, in una zona d’aperta campagna sono raccolti resti di diverse epoche storielle.
In questo posto sorgeva il Castellum Axia romano. Sulle sue rovine fu costruito, nel Medioevo, il castello di Asso. Su quelle rocce tra Rio Freddo e il Fosso Freddano si vedono ancora i resti di questa costruzione. Nella parete rocciosa che si trova di fronte al castello e lungo la stradetta che risale dalla valle si trovano tante tombe etrusche.
Si chiamano “tombe a dado” perché hanno la facciata scolpita e riquadrata in modo regolare. Al centro si vedono le loro “porte finte” mentre il vero ingresso alla tomba sta più in basso. Qualche volta la parte inferiore è collegata a quella superiore attraverso delle scale scavate nel tufo.
Quasi sicuramente nella parte superiore si svolgevano i riti funebri in onore del morto o vi si recavano i parenti. La tomba vera e propria, invece, veniva chiusa e sigillata. Gli Etruschi usavano rinchiudere nella tomba tutti gli oggetti del morto, perché pensavano che gli servissero nell’altra vita. Prima di chiudere la tomba, vi lasciavano un fuoco acceso, così l’ossigeno bruciava e si creava un “vuoto d’aria” che faceva conservare tutto più a lungo. Oggi, purtroppo, le tombe sono vuote, spogliate di tutto. Certo, diverse cose si sono salvate e si trovano ben custodite nei musei, ma molte altre sono state rubate nei saccheggi che sono cominciati fin dal tempo degli antichi Romani.
Quello che forse non sai è che queste tombe sono state anche usate come case. Certo, non al tempo degli Etruschi! Nell’ultima guerra, la popolazione di Viterbo era terrorizzata per i bombardamenti che devastavano la città. Diverse famiglie, allora, decisero di lasciare le loro case e di “trasferirsi” ad abitare al “Castello”, nelle “grotte”.
Immagini come si saranno sentiti a tornare in pochissimo tempo ad un tipo di vita primitiva, quasi da età della pietra? Nelle grotte si viveva in comune con altre famiglie; l’acqua si prendeva al fosso; il bagno non c’era certamente; si mangiavano spesso erbe selvatiche; per cercare di rimediare qualche cibo diverso si doveva arrivare a piedi fino a Viterbo. Lo sai come dormivano le persone che abitavano in quel periodo nelle grotte?
Qualcuno aveva, come materasso un mucchio di paglia, altri, invece, si costruivano la “rapazzola”. Mai sentita nominare, vero? Beh, oggi ti voglio stupire! Prendevano quattro bastoni che terminavano a forcella e li piantavano a terra, ai quattro angoli di un immaginario letto. Collegavano, poi le forcelle a due a due attraverso un robusto bastone. Subito dopo appoggiavano e legavano dei bastoni di traverso. Un bel tipo di rete ortopedica, no? Per fortuna noi non abbiamo dovuto vivere una simile esperienza!
Torniamo ora sui nostri passi, fino alle Terme dei Papi. Da qui ci conviene dirigerei verso la strada Tuscanese. Su questa via si incontrano grandi caserme: a destra il CALE e, a sinistra, la VAM. Andiamo ancora avanti fino ad incrociare la Cassia. Giriamo, poi a destra per tornare verso Viterbo. Poco dopo incontriamo l’ingresso dello Stadio cittadino. Qui gioca la nostra squadra, la Viterbese. Lo so che non è molto famosa, ma la domenica diversi giovani vengono qui per assistere alle partite e fare il tifo per la nostra generosa squadra. Sempre sulla destra, dopo pochi metri, si alza l’alto e imponente muro di Prato Giardino, grande villa comunale dal 1843. Entriamo dal grande cancello che si apre di fronte a Porta Fiorentina e subito troviamo un bel posto. Di fronte all’entrata un laghetto con i cigni che scivolano nell’acqua e poi grandi viali ombrosi lungo i quali ci sono i busti di personaggi importanti, Concludiamo qui, per oggi, il nostro giro, e godiamoci la pace che ci offre questa piccola isola di verde, circondata dal traffico e dalle costruzioni della città.

Da Porta della Verità a S. Martino al Cimino

PORTA DELLA VERITA’

Questa porta è stata costruita intorno al 1100, ma è stata modificata nei secoli molte volte.
L’ultima volta fu nel 1728, in onore del passaggio a Viterbo del Papa Benedetto XIII.
Ti chiederai perché ha preso un nome tanto particolare. Anche a questo proposito esiste una leggenda.
Guarda la piazza che si trova di fronte alla porta. In questa sorge una chiesa molto antica. Si racconta che, nel 1446, tre fanciulli che erano andati lì a pregare videro apparire una bella signora che parlò con loro, raccomandando la bontà. I bambini capirono che la signora era la Madonna. Ben presto la notizia della visione si sparse. Il vescovo del tempo volle interrogare i ragazzi per capire quanto era vero quello che raccontavano. Visto che pensava che i bambini dicessero una bugia, arrivò perfino a qualche minaccia. I piccoli, però, insistevano a rispondere:
“E’ la verità, è la verità”.
Da allora la chiesa in cui i bambini avevano visto la Madonna si chiamò Chiesa della Verità e anche la porta prese lo stesso nome,
Ti consiglierei di entrare un attimo nella bella chiesa di Santa Maria della Verità per ammirare almeno la cappella Mazzatosta, Si chiama così perché fu fatta costruire verso il 1460 dal ricco viterbese Nando Mazzatosta.
Gli affreschi che si vedono sulle pareti della chiesa sono del pittore Lorenzo di Giacomo, meglio conosciuto con il nome di Lorenzo da Viterbo. Pensa che questo pittore è morto a soli venticinque anni. Quello che stupisce è proprio il fatto che una persona così giovane, mai uscita da Viterbo per frequentare le grandi scuole di pittura, sia stata capace di opere d’arte tanto belle. Gli affreschi raffigurano l’Annunciazione, la Nascita del Cristo, la Presentazione della Vergine e lo Sposalizio della Vergine, ritenuto, tra tutti, il più riuscito. In questo ultimo dipinto sono raffigurati molti personaggi di Viterbo di quell’epoca, vestiti con abiti propri di quel tempo.
Ora diamo uno sguardo alla chiesa. Lo sai che essa è stata per lungo tempo utilizzata come sede del Museo civico e soltanto dal 1960 è stata riaperta al culto?
La sua struttura è molto semplice e risulta piuttosto spoglia, ma forse è proprio qui il suo valore.

IL MUSEO CIVICO

Usciamo dalla chiesa e, subito a destra, troviamo l’ingresso del Museo Civico, ospitato nell’antico convento.
Entriamo. Nel chiostro e a pianterreno troviamo la Collezione Archeologica che illustra il periodo etrusco-romano.
Lungo il portico sono sistemati cippi funerari e sarcofagi provenienti dalle necropoli attorno a Viterbo.
Al secondo piano, invece, sono raccolti sculture e oggetti d’arte dal Medioevo al Settecento. C’è, poi, la Pinacoteca, cioè la parte dove sono esposti tutti i dipinti.
Ora che abbiamo fatto il giro dell’intero Museo, vuoi sapere che cosa mi piace di più? A parte gli oggetti etruschi, ho trovato, tra i dipinti esposti nella Pinacoteca, molto bella la famosa Pietà di Sebastiano del Piombo.
Sono stato anche contento di trovare qui i disegni della Macchina di Santa Rosa, che mi ricordano un aspetto della nostra tradizione, tanto caro a tutti noi.
Quello che, però, mi ha stupito più di tutto è stato il sarcofago della Bella Galiana. Prima del restauro, quando stava attaccato al muro della chiesa di S. Angelo, era cosi scuro che tutti i Viterbesi pensavano che fosse di peperino. Lo credevo anch’io dopo aver visto alcune sue fotografie.
Osservarlo così pulito e bianco fa impressione: è incredibile!

IL PALAZZETTO DELLO SPORT

Per proseguire il nostro giro avremo bisogno della macchina. Lo so che ci sono diversi autobus che collegano Viterbo con San Martino, ma vorrei farti fare una deviazione. Non intendo portarti a vedere un’opera d’arte, ma sono certo che è un posto che interessa i ragazzi.
Infiliamoci in Via Monte Asolone, alla destra del Museo. Al primo incrocio giriamo per via Vittorio Veneto che percorreremo fino alla fine. Ora andiamo a sinistra in via Valerio Tedeschi e poi prendiamo la strada della Pila. Ora giriamo ancora a sinistra per Via Monti Cimini.
Ecco lì l’edificio che volevo mostrarti.
E’ il nostro Palazzetto delle Sport.
Di recente costruzione, vi si giocano tutte le partite di basket delle nostre squadre locali e vi si svolgono tante altre manifestazioni sportive e ginniche (tornei, saggi e gare di ballo). Non credo che esista una ragazzo di Viterbo che non sia mai entrato qui, fosse pure per ammirare uno spettacolo.
Torniamo in Via della Pila, raggiungiamo Via Carlo Cattaneo e, attraverso Via Sabotino arriviamo in Via Santa Maria in Gradi. Vedi quell’edificio antico che sta alla nostra destra? Pensa, una volta era un antico e bellissimo convento ed ha, al suo interno un bel chiostro, un elegante portico davanti alla chiesa, una particolare decorazione nella fontana del secondo chiostro. Io, però, non ho potuto vedere nulla di quello che ti racconto. Fino a poco tempo fa, la costruzione è stata usata come Carcere. Dopo la realizzazione del nuovo stabilimento penitenziario in località Mammagialla, Santa Maria in Gradi è stata in parte restaurata. E’ stata aperta, però, ai visitatori solo per poco, quindi io non sono riuscito a visitarla.
Oltrepassiamo ora la Cimina e eccoci in Via S. Maria della Grotticella. da qui comincia la strada che ci porta a S. Martino. Durante il tragitto vediamo il nuovo ospedale di Belcolle.

SAN MARTINO AL CIMINO

II piccolo centro è lontano circa cinque chilometri da Viterbo. Si trova in un’ottima posizione e offre un clima tipico di “mezza montagna”. Chi trascorre un po’ di tempo a San Martino, inoltre, può approfittare per fare lunghe passeggiate tra i boschi o a scendere sulle rive del Lago di Vico. Per questa ragione molte persone trascorrono le vacanze a S. Martino.
In questo paese, in novembre, si svolge la caratteristica Sagra delle Castagne. Nella Piazza di Sopra vengono arrostiti sacchi di castagne, mentre sotto un tendone, montato per l’occasione, le donne mettono in vendita dolci e piatti caratteristici preparati da loro stesse.
Tutto questo ci fa comprendere che, se si esclude il turismo, San Martino può contare soprattutto sui suoi boschi e su quello che producono: funghi e castagne.

IL BORGO

La parte antica del paese è chiusa da due porte: una in basso sulla strada che arriva da Viterbo, l’altra in alto, alla fine del paese, verso la montagna. Anche gli abitanti, una volta, si consideravano appartenenti al Rione di sopra (verso l’Abbazia) o al Rione di sotto (verso la piazza). Mi hanno raccontato che i bambini delle due zone si consideravano nemici e spesso combattevano tra loro per conquistare il comando.
A chi, come noi, entra dalla porta di sotto, San Martino appare particolarmente bella: in un solo colpo d’occhio si hanno di fronte l’Abbazia Cistercense e, a sinistra, il palazzo di Donna Olimpia.
Donna Olimpia Maidalchini Pamphili diventò la cognata del Papa Innocenzo III. Nel 1645 egli fece di San Martino un principato e lo diede in dono alla cognata che ne diventò la signora.
Di questa donna sono state dette mille cose.
C’è chi la dipinge come una specie di “strega” sèmpre impegnata ad inventare nuove diavolerie, c’è chi dice che fu una donna particolarmente intelligente e indipendente e per questo fu molto criticata nel suo tempo. Certo è che fu lei a far costruire vicino all’Abbazia Cistercense il suo palazzo (oggi sede dell’ Ente Turistico Provinciale) e fu lei a mettere in atto uno dei primi piani regolatori del Seicento.
L’abitato è formato da casette a schiera addossate alle mura, tutte uguali, una attaccata all’altra, ognuna un po’ più in basso rispetto all’altra. Si dice che, per aumentare il numero dei suoi sudditi, Donna Olimpia abbia portato nel suo principato “galeotti” rilasciati dal carcere di Civitavecchia e dalle “forzate” di Tarquinia. Sarebbero state queste persone prima a costruire e poi ad abitare le casette a schiera. La vita si svolgeva praticamente per la strada. C’erano sì i laboratori artigiani, ma spesso si lavorava per la via perché i locali erano quasi sempre troppo piccoli e poco illuminati; gli abitanti s’incontravano e si riunivano nella piazza principale. C’erano, però, persino luoghi previsti per il divertimento, come il locale per il gioco della pallacorda.

ABBAZIA CISTERCENSE

Il borgo è praticamente raggruppato intorno alla gigantesca Abbazia che testimonia l’importanza di questo posto in un’altra epoca storica. E’ chiamata così dai monaci cistercensi che provenivano da un monastero francese e che si stabilirono qui nel XIII secolo, quando venne costruito il grande edificio. A dire il vero dell’intero monastero resta ben poco, ma la chiesa è praticamente intatta. La facciata si compone di una parte centrale su cui si apre un enorme finestrone e due torri gemelle ai lati. Le torri furono costruite nel 1600, per risolvere un problema grave. A causa del particolare tipo di terreno su cui si appoggiava, la pesante facciata rischiava di slittare in basso. Le torri ebbero, perciò, il compito di trattenerla. In stile gotico cistercense, l’interno della chiesa è a tre navate, divise da archi che poggiano su possenti colonne.
In questa chiesa sono conservati i sepolcri di Donna Olimpia e del principe Girolamo Pamphili. Qui ho ascoltato una volta un concerto d’organo e ti assicuro che l’ambiente era ancora più suggestivo: la chiesa con le sue pareti nude, l’altezza e la potenza di tutta la costruzione mi hanno fatto apparire il luogo adatto alla pace ed alla riflessione.

Da Piazza della Rocca al Sacrario

LA ROCCA

La Rocca è quel grande edificio grigio che vedi a destra. E’ nata come costruzione militare e doveva essere molto sicura. Per questa ragione doveva avere delle mura particolarmente resistenti ed essere ben difesa dai soldati. La fece iniziare il cardinale Egidio Albornoz. Questo grande personaggio aveva il compito di controllare la popolazione al posto del Papa, che si trovava in Francia. Per far questo, naturalmente, utilizzava i soldati. I suoi uomini si esercitavano proprio nella grande piazza dove ci troviamo, che si trova di fronte alla Rocca.
Certo, allora la piazza era deserta: non c’erano giardinetti e neppure i muretti che dividono la strada dal parcheggio
Questa piazza è stata, poi, una delle più importanti della città. Era un posto dove la gente si riuniva in diverse occasioni: qui si assisteva alla “tombola” e, sempre qui, è stato proiettato il primo film a Viterbo. Lo spettacolo avvenne all’aperto e il telo dove venivano proiettate le immagini era trasparente, così il film si poteva vedere da una parte e dall’altra. Sempre su questa piazza, alla fine dell’800, quando c’era ancora la pena di morte, il boia uccideva i condannati a morte.
Tra questi ce n’era uno molto particolare, tanto che i Viterbesi ancora lo ricordano. Si chiamava Cicoria ed era un gran delinquente, ma riusciva a fare lo spiritoso anche di fronte alla morte.
Si racconta che, mentre veniva portato in Piazza della Rocca per essere giustiziato, vide la gente correre per prendere il posto e per vedere meglio.
Allora disse:
“Non correte, tanto se non arrivo io lo spettacolo non comincia!”
Quando arrivò davanti al boia, poi, esclamò:
“Una cosa così non mi era mai successa!”. Intanto s’annuvolava e lui diventava nervoso. Alla fine disse al boia:
“Sbrigati a tagliarmi questa capoccia, sennò prendiamo pure l’acqua!”
Bel tipo, no?

IL MUSEO

Con il passare dei secoli, diversi personaggi decisero di abitare, per tanto o per poco tempo, nella Rocca e vi fecero fare qualche cambiamento. A poco a poco questo palazzo scuro e triste diventò un poco più gentile, Oggi la Rocca ospita un interessante Museo. Vieni, oltrepassiamo l’ampia porta, il cortile interno ed entriamo.
Per visitare nel modo più giusto tutto il Museo, seguiamo attentamente le frecce che indicano il percorso. Ti chiederai perché a Viterbo sia stato aperto un altro Museo dove si conservano cose etrusche. Dirai:
“Non ce n’era già uno?”
Questo, però è particolare perché ci si trovano maggiormente i resti delle abitazioni del popolo etrusco. Se osserviamo bene possiamo capire, per esempio, come erano le case etrusche e, soprattutto, come erano fatti i loro tetti.

LA FONTANA

Torniamo sulla piazza. Ti piace la fontana? Come tutti i nostri monumenti anche questa ha una storia. Venne costruita nel 1566.
Il Vignola, grande artista che la disegnò, era a Caprarola ed era impegnato nella costruzione del palazzo Farnese. Venne chiamato e fu incaricato di fare un progetto per la fontana. Quando fu pronta, però, la fontana ebbe subito qualche problema, perché i pezzi di sopra erano troppo pesanti e tutta la fontana rischiava di cadere. Bisognò buttarla di nuovo giù e ricostruirla cercando di riutilizzare gli stessi materiali. Beh, insomma! Non sbagliamo soltanto noi, sbagliavano anche gli antichi!

PIAZZA SAN FAUSTINO

Percorriamo Via Amendola, una delle due strade che uniscono Piazza della Rocca alla Piazza di San Faustino. Di questo quartiere torneremo a parlare quando racconteremo di Ferento e dei suoi abitanti. Anche qui vedi un’altra fontana a fuso. Lo so che non sono più una novità, ma avviciniamoci ugualmente un attimo. Vedi quelle scritte che si trovano tra le “cannelle” che escono dalla bocca dei leoni? Si vede che sono molto antiche. Sai cosa dicono? “Iacopo di Andrea e Gemino di Mastro Francesco fecero questa opera”. Ecco! Sono le firme di chi ha fatto la fontana. Beh, è anche giusto, è una firma su un’opera d’arte!
Guarda dentro la vasca. Proprio sotto ai bocchettoni da dove esce l’acqua ci sono quattro cubi di peperino. Chi andava a prendere l’acqua alla fontana ci appoggiava il secchio che diventava sempre più pesante man mano che si riempiva. Nella piazza si svolge ogni giorno un mercato dove si possono comprare verdure, frutta e anche salumi e formaggi.

PIAZZA DEL SACRARIO

Scendiamo per Via Cairoli. Questa via, circa 70 anni fa, finiva con il Ponte Tremoli che univa San Faustino con il centro di Viterbo. Si chiamava così perché all’inizio era di legno e traballava quando ci passavano sopra i carri.
Vedi la piazza? Vedi Via Marconi a sinistra? In quel tempo di tutto questo non esisteva proprio niente. C’era praticamente la campagna e il fosso Urcionio. I bambini ci facevano il bagno dentro e le donne ci andavano a lavare i panni.
Dopo il 1930, invece, l’Urcionio è stato ricoperto e ora passa sotto Via Marconi e sotto Piazza del Sacrario. Scorre in una specie di galleria tanto grande. Nell’ultima guerra avevano diviso a metà questa galleria e la parte di sopra è stata usata dai Viterbesi come rifugio durante i bombardamenti.
Quando suonava l’allarme perché arrivavano gli aerei, la gente entrava di corsa nel rifugio, si sedeva sui sedili che stavano lungo tutto il tunnel e aspettava che il pericolo passasse. Sotto Via Marconi, questo rifugio esiste ancora, ma ormai le entrate sono state chiuse.
Nel periodo della copertura del fosso venne fatta anche la sistemazione della piazza, La piccola chiesa di Santa Maria della Peste è diventato il Sacrario dei Caduti in guerra, Qui vengono ricordati tutti i soldati che sono morti durante le guerre
In quel periodo venne costruito anche il Palazzo delle Poste in via Ascenzi e vennero piantati anche i pini che ormai sono cresciuti e fanno ombra sempre nella stessa via. La nuova piazza arrivava circa dove adesso c’è l’ingresso al parcheggio. Al di là c’era lo “scarico”. Ci sono state buttate le macerie delle case distrutte dalla guerra e i Viterbesi hanno continuato a scaricare lì quello che non poteva entrare nel secchio delle immondizie. In questo modo, un po’ alla volta il piazzale si è ingrandito.
Prendiamo ora via Ascenzi, e camminiamo fino all’ingresso dell’Ufficio Postale. Scendiamo la breve scalinata che troviamo alla nostra destra, giriamo ancora a destra. Visto? Avresti mai detto che qui dietro si poteva trovare una chiesa molto antica ? E’ Santa Maria della Salute. Guarda che bella la porta ornata di marmo scolpito. Dentro non ci sono particolari interessanti. Ci si trova soltanto la tomba del notaio viterbese che fece costruire questa chiesetta nel medioevo.
Torniamo indietro e raggiungiamo piazza del Comune.
Ti consiglierei, prima di tornare a casa, di ristorarti con un buon gelato.

Da Palazzo dei Papi a Santa Maria Nuova

PIAZZA DELLA MORTE

Prima di ogni cosa incontriamo Piazza della Morte. All’inizio, veramente, non si chiamava così. Nel 1200, i Viterbesi costruirono questa piazza e la chiamarono prima Piazza Nuova, poi Piazza San Tommaso. Diverso tempo dopo, c’era una comunità religiosa detta “dell’orazione e della morte”.
Per questo ora la piazza porta questo nome.
E’ riposante stare qui, non trovi? L’ombra degli alberi e la fontana ci danno un senso di pace e di tranquillità. Pensa che questa fontana è una delle più antiche fontane a fuso, che sono caratteristiche della nostra città. Hanno tutte la testate di leone e le grosse foglie che decorano la parte alta del loro fuso. La fontana di questa piazza fu costruita nel 1206, ma venne distrutta poco dopo a causa di una famosa ribellione. Fu ricostruita verso la metà del 1200 e da allora è lì a darci la sua acqua e la sua bellezza.

CHIESA DI SANTA GIACINTA

Avviciniamoci alla chiesa moderna che vedi là, sullo sfondo. Ti stupisce una costruzione in questo stile, vero? E’ talmente diversa dal resto! Ha preso il posto di una chiesa più antica che è stata distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra. Io ci sono entrato: dentro è conservato il corpo di Giaciuta Marescotti, una ricca dama che rinunciò alle sue ricchezze per servire Dio.

PONTE DEL DUOMO

Seguimi ora verso il ponte che collega il colle del Duomo al resto della città. Se guardi a destra, puoi vedere come l’hanno costruito: con grossi blocchi di peperino che si tengono gli uni sugli altri senza cemento. Mi hanno detto che questi sono i resti della prima costruzione etrusca di questo ponte. Mentre camminiamo guarda sotto, a sinistra, la piccola chiesa della Madonna della Carbonara.
Ha preso il nome dalle Carbonare, che erano i fossati di difesa del colle del Duomo che esistevano numerosi nel posto dove essa si trova. Anticamente in questa chiesa venivano a portare i fiori e a pregare le “zitelle”, cioè le ragazze che cercavano di prendere marito.

PALAZZO FARNESE

Quello che vedi a destra è il Palazzo Farnese. Le persone della famiglia Farnese erano nobili e molto potenti e tra loro ci fu anche un papa, Alessandro Farnese, cioè papa Paolo III. Guarda che belle finestre che ha! Si chiamano bifore perché ognuna di esse ha due aperture, divise da una colonnina centrale. Se vuoi, entra a vedere il cortile interno del palazzo che si è ben conservato.
Bello, vero? A me piace la scalinata che sale attaccata alle pareti del cortile.
Usciamo di nuovo sulla via san Lorenzo, Qui a destra c’è l’archetto da dove si passava, una volta, per andare all’Ospedale. Adesso ci sono rimasti pochi reparti, tutto il resto è stato trasferito a Belcolle, una località tra Viterbo e San Martino. Continuiamo per andare in Piazza del Duomo. Guarda quei grossi massi a destra e a sinistra. Sai cosa sono? I resti delle mura della città al tempo degli etruschi e dei romani.

PIAZZA SAN LORENZO

Un personaggio importante ha detto che questa è una delle più belle piazze d’Italia. Ha ragione perché sui tre lati della piazza si trovano tre monumenti di particolare bellezza.
Qui a sinistra un’elegante abitazione del 1200, quella di Valentino della Pagnotta. Con le sue grandi arcate, le finestre a bifora, le mura in pietra. E’ ben conservata, grazie ad un restauro.

LA CATTEDRALE

Di fronte a noi possiamo vedere la facciata del Duomo, con la torre campanaria a strisce bianche e nere. Anche qui ci sono le bifore, e ora sai che cosa sono. Secondo la leggenda, al tempo degli etruschi qui c’era un tempio dedicato a Èrcole, che era un po’ il “patrono” della città come lo è oggi S. Rosa. Sulle sue rovine sarebbe stata costruita la prima chiesa di S. Lorenzo che fu pian piano ingrandita e trasformata nell’attuale cattedrale.
Vedi quella scritta in alto: “CARD GAMB.”? Significa: “Cardinale Gambara”. Fu lui a rifare la facciata della chiesa e tanti altri monumenti a Viterbo.
L’interno della cattedrale è diviso in tre corridoi (navate) con due file di colonne che hanno capitelli, uno diverso dall’ altro. Dentro ci sono alcuni quadri di valore. A sinistra, quello di S. Maria della Carbonara trasportato qui dalla chiesetta di cui parlavamo.
Noterai che sulla parete vicino alla porta, a sinistra, c’è una tomba di pietra: è quella di papa Giovanni XXI. Non ti devi meravigliare se parliamo di tombe. Una volta, infatti, si usava seppellire i morti nelle chiese e per i personaggi importanti venivano preparati i monumenti più belli da mettere lungo le pareti.

PALAZZO PAPALE

Il monumento più interessante di tutta la piazza è, senza dubbio, il Palazzo Papale, di grande valore per la storia e per l’arte.
Lo fece costruire, tra il 1255 e il 1266 il Capitano del popolo Raniero Gatti. Devi sapere che i papi, per sfuggire alle lotte di Roma, venivano a rifugiarsi a Viterbo. In seguito i papi decisero di fermarsi qui sempre più tempo. La nostra città divenne allora una piccola Roma e la chiesa di San Lorenzo una piccola Basilica di San Pietro. Per questo Viterbo è detta anche “Città dei Papi”.
Saliamo la scala e arriviamo all’ingresso del palazzo.
Dietro questo portone c’è la sala del conclave, un’aula enorme illuminata da dodici bellissime bifore, molto rustica, con scanni in pietra per sedersi. Qui si svolse il primo conclave della storia.
Sediamoci un attimo su questo sedile: ti voglio raccontare la storia di questo conclave.
Era l’anno 1270 e già da molti mesi i cardinali si riunivano per scegliere il nuovo papa, ma non riuscivano a mettersi d’accordo. In quel tempo, infatti, il papa era come un re e tutti i nobili volevano che venisse eletto uno della loro famiglia e cercavano in ogni modo di convincere i cardinali. I Viterbesi, però, si stancarono di aspettare. Presero tutti i cardinali e li rinchiusero a chiave (cum clave) nella prima stanza del palazzo.
Trascorsi alcuni giorni, siccome non era stata presa ancora una decisione, i Viterbesi tornarono alla carica: stavolta scoperchiarono il tetto, sicuri che i cardinali, rimasti allo scoperto, si sarebbero sbrigati.
Figurati! Cominciarono ad arrivare da ogni parte proteste e minacce, tanto che i nostri concittadini di allora dovettero liberare i cardinali. Finalmente fu eletto papa Gregorio X.
Il palazzo dei Papi è visitabile praticamente ogni giorno all’interno del percorso del Polo monumentale Colle del Duomo che include anche la Cattedrale di San Lorenzo ed il Museo del Colle del Duomo.

LA LOGGIA

Possiamo entrare, invece, per il cancello che è a destra del portone: qui c’è la Loggia, un terrazzo bello ed elegante.
Guardala: con gli archi e le colonnine somiglia di più a un merletto che ad una costruzione. Da questa loggia si affacciavano una volta i papi per benedire i fedeli.
La fontana al centro della loggia è collegata alla grande colonna che vedi e che nasconde la cisterna di un antico acquedotto.
Guarda com’è bella la piazza da questi archi mentre, dalla parte opposta, si apre la valle di Faul. Appena qui sotto c’è il piccolo campanile di Santa Maria in Cella, che è una chiesa molto antica. Ora scendiamo.

VIA DEI PELLEGRINI

Adesso lasciamo la piazza e torniamo indietro, sempre per via San Lorenzo.
Dopo aver attraversato di nuovo il ponte, giriamo a sinistra per via dei Pellegrini.
E’ questa la strada che collegava piazza del Gesù, che era il centro della vita cittadina con piazza San Lorenzo che era il centro della vita religiosa.
Quella lapide attaccata al muro della casa dice che qui c’era, nel Medioevo, una casa per i pellegrini, cioè per quei viaggiatori che si spostavano da un luogo religioso a un altro.
Certo, è una via stretta, un po’ buia, i palazzi non sono sempre belli.
Percorrendola, però, ci troviamo rapidamente in una delle piazze più importanti della città.

PIAZZA DEL GESU’

Ho tante cose da raccontarti su questo posto, che non so da dove cominciare. Pensa che il primo Palazzo del Comune era proprio in questa piazza, almeno fino a quando non fa costruito, nel 1270 quello nuovo in piazza del Plebiscito. Questo Palazzo, oggi distrutto, doveva trovarsi sulla sinistra della piazza, dove ora vedi la torre del Borgognone. Questa si chiama così perché la lunghezza del piede di Messer Borgognone venne usata per misurare la base della torre nella sua costruzione.
La Chiesa che vedi qui a fianco, invece, ha una storia più triste, anche se molto famosa. Devi sapere che dentro la chiesa, sempre durante il Medioevo, è stato commesso un omicidio. Aspetta che ti racconto il fatto.
Era la mattina del 13 marzo del 1271. Enrico di Cornovaglia, che era venuto a Viterbo insieme a tanti altri nobili, stava ascoltando la messa nella Chiesa di San Silvestre (oggi Chiesa del Gesù). Entrarono in chiesa Guido e Simone di Monfort che volevano ucciderlo per vendicare la morte del loro padre. Quando il giovane Enrico si accorse di loro, corse verso l’altare, perché pensava che lì non l’avrebbero toccato. I due fratelli, invece, non si fermarono e colpirono a morte lui e due persone che avevano tentato di proteggerlo. Presero, poi, il corpo della loro vittima e lo trascinarono fino sulla porta della chiesa.
Dante Alighieri, nella Divina Commedia, parla di questo come un grande esempio di violenza.
Dai, ora attraversiamo la piazza e la Via San Lorenzo e prendiamo la viuzza che in poco ci porterà a una delle chiese più antiche di Viterbo.

SANTA MARIA NUOVA

La famiglia del prete Biterbo o Bitervo iniziò a costruire la chiesa molto tempo fa nel posto di una chiesa più antica.
Un libro di quel tempo ci dice che nel 1080 fu donata, insieme all’ospedale, alla città di Viterbo. In quel tempo non era ancora finita, ma in poco tempo diventò una bellissima chiesa.
Dentro Santa Maria Nuova, si conservavano l’archivio e il denaro della città, usati per le riunioni e le assemblee popolari. Vedi quel balconcino in pietra (pulpito) attaccato all’angolo della chiesa? Pensa che lì ha predicato san Tommaso d’Aquino.
All’interno, la chiesa è divisa in tre navate separate da due file di colonne che forse ti ricordano quelle del Duomo che hai già visto.
Vedi, a sinistra, quel pilastrino (cippo) di marmo? Anche se non sono facili da leggere e capire, ci sono scolpite sopra le parole che descrivono la donazione.
Anche in questa chiesa ci sono due opere molto importanti: una Crocifissione e una Madonna con Bambino. Sull’altare in fondo c’è il dipinto del Salvatore che benedice. Il dipinto si chiama “trittico” perché è formato da tre tavole unite insieme ben custodite sotto il vetro e ciò ti fa capire la sua importanza.
Anche questo dipinto ha una storia. Un’antica cronaca del 1283 racconta il suo ritrovamento.
Due contadini, loseffo de lo Croco e loanne de la Cipolla stavano arando il campo di lulio de la Chierichera. Ad un tratto i loro buoi si fermarono e non volevano più andare avanti. Uno dei due contadini si accorse allora che l’aratro era stato bloccato da una grossa cassa di pietra. Dentro c’era l’immagine del Salvatore. Sei preti di Santa Maria l’andarono a prendere e la portarono fino alla Chiesa. Ogni anno, il 14 di agosto, si svolge una processione per ricordare questa storia.
Nella navata centrale puoi vedere l’altare di peperino: è del 1100.
Usciamo dalla Chiesa. Ricordati di visitare il cortile (chiostro) che le sta a fianco: è un importante monumento longobardo restaurato di recente. La forma delle sue colonnine ci ricorda quella dei campanili di Santa Maria in Cella e di San Sisto, che vengono considerati i più antichi della città.

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