Categoria: Nei Dintorni di Viterbo

San Martino al Cimino

Palazzo Doria Pamphili

La costruzione di Palazzo Doria-Pamphili, sugli antichi ambienti dell’Abbazia, si deve alla principessa Olimpia Maidalchini (1594-1657) che, intorno alla metà del XVII secolo, affidò all’architetto Marcantonio De Rossi la trasformazione radicale del tessuto urbano di San Martino al Cimino. Il centro urbano fu strutturato con case addossate le une alle altre e schierate in funzione della grande Abbazia e del Palazzo usato originariamente dai monaci e trasformato, in quest’occasione, in un sontuoso palazzo signorile utilizzando materiali provenienti dalla ristrutturazione del palazzo di famiglia in piazza Navona a Roma dove Donna Olimpia abitò fino alla morte del cognato, papa Innocenzo X, che le aveva procurato il titolo di Principessa di San Martino al Cimino e fatto costruire il borgo.

Abbazia Cistercense

Svettante tra i fitti castagneti dei Monti Cimini, la splendida Abbazia di San Martino al Cimino è documentata dall’anno 838 quando fu donata all’abate di Farfa. Nel 1145 il papa cistercense Eugenio III la affidò ai monaci del suo ordine sebbene solo con papa Innocenzo III, nel 1207, l’abbazia venne assegnata direttamente alla casa madre di Pontigny. L’avvio della costruzione del complesso abbaziale risale forse al 1150 anche se all’interno della chiesa è riportata la data del 1225, da riferire probabilmente alla sua consacrazione. Il complesso fu ultimato verosimilmente, come si evince dai documenti cartacei, nel 1305.

L’abitato è una delle più suggestive testimonianze di urbanistica barocca, tutto raccolto in un anello di mura, aperto da due sole porte, entro cui si dispongono lunghe teorie di casette a schiera ed aristocratici edifici.

 

Bagnaia e Villa Lante

Una volta designata Viterbo quale sede vescovile, si decise di costruire non lontano dalla città una residenza estiva all’altezza dei nuovi dignitari.
Le caratteristiche essenziali al riposo dei Vescovi furono trovate nel tranquillo borgo di Bagnaia, ricco non solo di acque, ma anche di ampie distese boscose e di abbondante selvaggina per le battute di caccia, passatempo di numerosi vescovi ed anche di papa Leone X.
Fu il Conte del Monte, avendo ricevuto Bagnaia da suo fratello Giulio III, ad iniziare la costruzione del borgo successivo a quello già esistente di stampo medioevale, con nobili palazzi ed ampie strade.

Il periodo di massimo splendore fu però raggiunto nel 1566, quando il paese passò al card. Giovanni Francesco Gambara. La tanto desiderata residenza estiva ebbe sede nella Villa, che Gambara arricchì con mille giochi d’acqua, che dal monte arrivavano ai meravigliosi giardini e fece decorare le stanze della Villa da nomi illustri del periodo: Zuccari, Raffaellino da Reggio, Tempesta e Lombardelli.

Successivamente la Villa appartenne a vari cardinali fino al duca Ippolito Lante, dal quale prese il nome attuale.

Villa Lante

La Villa è attribuita a Jacopo Barozzi da Vignola, anche se la documentazione relativa non è certa; inoltre sono rilevabili numerose differenza architettoniche e stilistiche rispetto a Villa Farnese di Caprarola, dello stesso architetto e dello stesso periodo.

L’ingresso alla Villa è comunque dalla via dedicata al “presunto” architetto Jacopo Barozzi.

Il disegno d’insieme si sviluppa sul ripido pendio della collina dove due eleganti palazzine gemelle fanno da quinte al giardino geometrico e alle sue artistiche fontane, veri protagonisti della composizione assiale. Il verde del giardino e del parco e i fantasiosi giochi d’acqua formano un insieme armonico e suggestivo. Inoltre, con l’integrazione delle terrazze formali in un parco più informale, Villa Lante anticipa sviluppi futuri della progettazione dei giardini anche oltre i confini italiani.

Superato il portone si presenta la Fontana del Pegaso, il cavallo alato che a colpi di zoccolo fa sgorgare l’acqua dalla roccia.
Dall’alto Muse e Grazie, in semicerchio, soffiano acqua nel laghetto mentre quattro Nereidi la spruzzano verso l’alto, in gara con Pegaso.

La gradinata a sinistra di questa fontana porta al Giardino all’Italiana; lo stradone a destra conduce al Parco. Il Parco è una selva di elci secolari enormi che nascondo numerose altre fontane e giochi d’acqua.

Di notevole importanza ricordiamo:

Il Conservone, grande vasca di raccolta e di distribuzione d’acqua, creata al tempo del Cardinal Ridolfi;
La Fontana dei Leoncini, deliziosa opera di peperino voluta dal Cardinal Montalto;
Il Casino di Caccia eretto nel “Barco” al tempo del vescovo di Viterbo Ottaviano Riario;
La Neviera o Pozzo della Neve voluta dal Cardinal Montalto per mantenere a temperatura ghiacciata le bevande.
La Fontana dei Mori
La Fontana della Catena
La Fontana del Diluvio
La Fontana dei Mori

Informazioni per la visita

Telefono +39.0761.288008

Orari per la visita ai giardini:

Dal 1 novembre al 28 febbraio – orario 9.00 – 16.30 (ultima visita ore 16.00)
Dal 1 marzo al 15 aprile – orario 9.00 – 17.30 (ultima visita ore 16.30)
Dal 16 aprile al 15 settembre – orario 9.00 – 19.30 (ultima visita ore 18.30)
Dal 16 settembre al 31 ottobre – orario 9.00 – 17.30 (ultima visita ore 16.30)

La visita ai giardini si effettua ogni mezz’ora accompagnata dai custodi.

Chiusura il Lunedì – 1 maggio – 25 dicembre – 1 gennaio

 

Teatro romano di Ferento

Le rovine della città sono la testimonianza di una lunga vicenda urbanistica improvvisamente interrotta nel 1172, quando i Viterbesi, dopo ripetuti scontri, “entrarno per forza nella città di Ferenti e tutta la robbarno e scarcarno“.

I resti monumentali oggi visibili, frutto principalmente degli scavi del ventesimo secolo, rappresentano una minima parte di quelli conservati ma già forniscono una prima idea dell’importanza del sito: una strada basolata, il teatro e le terme sono indizio di una vasta area pubblica, prospiciente il decumano, mentre numerose strutture medioevali sono visibili nei terreni esterni al parco.

Sicuramente dalla fine del II sec. a.C., una fondazione romana si inserì su una sporadica frequentazione precedente; di questa città repubblicana abbiamo scarsissime notizie dalle fonti, mentre un’iscrizione ci informa che in età augusteo-tiberiana vennero edificate le terme e, grazie alla generosità di Sesto Ortensio Claro, il foro venne completamente ripianificato; a quest’epoca risale anche il teatro, poi ristrutturato nel II secolo d.C. La prima età imperiale è l’epoca di maggior sviluppo della città, che vide la quasi completa urbanizzazione del pianoro.

Ferento divenne così il centro egemone di un vasto territorio, sede anche di diocesi dalla fine del V secolo fino almeno a tutto il VI; ed è in quest’epoca che la città entra in pieno nel conflitto bizantino-longobardo, trovandosi a svolgere una funzione strategica lungo la linea che segnerà il confine tra i due domini. In questo periodo la città viene fornita di una nuova cinta muraria e sfrutta il teatro come edificio di difesa.

Una fase di nuova espansione tra la fine dell’XI secolo ed il seguente è il segno della nuova vitalità del centro urbano che entra in conflitto irreversibile con la vicina Viterbo. Quest’ultima, modesto castrum nell’VIII secolo e diventata in seguito un centro urbano in rapida crescita, operò una distruzione pressoché totale dell’antica città. Tracce di frequentazioni regolari indicano in realtà che, con ogni probabilità, il sito continuò ad essere frequentato per attività estrattive ed agricole.

L’area archeologica di Ferento si trova a 8 chilometri a nord-est del capoluogo, su un vasto pianoro di trenta ettari in posizione spettacolare tra Montefiascone ed i Monti Cimini.

La Quercia e Il Santuario della Madonna della Quercia

Nel 1417 un artigliano viterbese Battista luzzante, fece dipingere, su una tegola, la Vergine Maria con il Bambino, dal pittore mastro Martello, detto Monetto, modesto esponente di quel mondo artigiano che continuava ad attingere con estenuata continuità gli elementi costitutivi dell’espressione artistica nella cultura senese da sempre caratterizzata da uno spiccato conservatorismo devoto ed intimistico, quasi una cifra caratteristica la tenera affettività del Bambino colto in atto di chiedere il seno alla madre.
L’immagine, come racconta Niccolò della Tuccia, fu fatta realizzare per personale devozione e posta su una quercia … intra le vigne nella contrada del mandriale… per proteggere quel terreno dalle intemperie e da possibili furti e rimase esposta alla venerazione dei contadini del posto per circa mezzo secolo.

Si racconta che un eremita senese, Pier Domenico Alberti ed una donna viterbese, tal Bartolomea, tentarono inutilmente diportarla nelle proprie abitazioni, ritrovandola sempre sulla quercia e che un cavaliere per sfuggire ai suoi inseguitori si gettò ai piedi dell’albero affidandosi alla protezione della Vergine che lo rese invisibile, salvandolo dai suoi nemici.
Quando nel 1467 una violenta pestilenza colpì l’Alto Lazio, la popolazione si strinse intorno alla piccola immagine per ottenere la salvezza …In quel tempo era in Viterbo la moria e tucti castelli e terre datorno schifavano nostre conservationi e nullo vitorbese posseva entrare in dette terre, e, quando fo palesato detto miracolo, restrinse detta moria e non ci morìo più persona… E’ sempre Niccolò della Tuccia, uno dei priori di Viterbo e testimone degli accadimenti, a narrare il susseguirsi di miracoli ed il crescere della devozione, il voto fatto dalla città di Siena, colpita da un terribile terremoto e la solenne processione di ringraziamento del 20 Settembre, guidata dal vescovo, da tutte le autorità civili e religiose, accompagnate dalle varie corporazioni e da un’immensa folla. Momento di grande partecipazione popolare che rivive ogni anno, nel mese di Settembre, con il rinnovo del Patto d’Amore tra la Madonna e la città di Viterbo, le confraternite ed i fedeli che di nuovo si affidano alla protezione della Vergine, rinnovando un voto che non si è mai sciolto.

La quercia su cui era appesa la tegola fu inizialmente inglobata in una modesta capanna di legno, ma già nel 1470 fu posta la prima pietra dell’imponente complesso monastico, affidato agli uffici dei Domenicani dopo una breve e poco felice parentesi con i frati Gesuati, in continua lite con i membri della Societas Gloriosae Virginis Mariae ad Quercum,nata per amministrare le elargizioni dei numerosi pellegrini. Sotto l’amministrazione dei frati predicatori la costruzione del complesso monastico e della chiesa rinascimentale -nonostante le ipotesi più diverse è rimasto sconosciuto il nome dell’architetto, da individuarsi sicuramente tra qualche dotto esponente dell’ordine- andava realizzandosi con una concezione ed un programma di straordinaria eccezionalità.
Il desiderio di rendere onore alla miracolosa immagine rendeva accettabile qualunque sforzo economico -gravemente oneroso, anche se ricche elargizioni e lasciti di beni immobili continuavano ad incrementare il patrimonio del santuario-;nel 1490 fu commissionato al grande Andrea Bregno il tempietto che ingloba la sacra quercia -le pitture che lo arricchiscono sono opera del Trosini nipote di Domenico del Ghirlandaio-; nei primi anni del secolo seguente, già a buon punto ilavori edilizi, furono eseguite le lunette in terracotta invetriata da Andrea della Robbia.

Tra la folta schiera di maestri di primo piano che operarono per S. Maria della Quercia non possono essere sottaciuti il Beato Angelico, autore di due stendardi processionali andati perduti e il confratello fra’ Bartolomeo, autore della pala sull’altare maggiore raffigurante l’Incoronazione della Vergine, terminata dopo la morte di fra’ Bartolomeo da Mariotto Albertinelli. Grande cura fu posta anche nella scelta del miniatore che decorò i superbi corali, alcuni dei quali sono ancora conservati nel Museo della basilica: fra’ Eustachio, anch’egli fiorentino e domenicano.
Il santuario fu consacrato solo nel 1577, anno nel quale la Madonna della Quercia divenne ufficialmente copatrona di Viterbo per aver miracolosamente liberato la città dalla piaga delle cavallette.

L’evento fu celebrato con particolare solennità, tramandataci dal ciclo affrescato nella sala detta della Madonna nel Palazzo dei Priori. Gli affreschi vedono raffigurate le scene della leggenda di fondazione del santuario e la solenne processione del 1577 dove, in ordine processionale, accedono alla chiesa, perfettamente rappresentata con il campanile, gli ordini monastici regolari presenti in città ed il clero secolare.
La fama del santuario, oltre ad avere determinato il concorso di numerosi maestri per la sua erezione e decorazione, avevaanche richiamato su di sé l’attenzione di numerosi pontefici, da Paolo 11, che emanò le bolle all’origine del culto, a Sisto IV e Giulio Il, esponenti della famiglia Della Rovere che si richiamavaalla sacra quercia; a Paolo III Farnese, famiglia che vantava un particolare legame con la sacra tegola e il suo santuario: a lui si devono anche ladoratura del soffitto ligneo della chiesa e la sistemazione del borgo; infine Pio IX che nel 1867 insignì il santuario del titolo di Basilica Minore.

Frazione a circa 2Km dalla città nella quale si erge la Basilica della Madonna della Quercia considerata una delle più armoniose costruzioni rinascimentali della regione.
E’ possibile visitare il museo degli Ex-Voto.

Grotte Santo Stefano ed Il Castello di Montecalvello

Quando, nel 1172 Viterbo distrusse l’antica città di Ferento, molti abitanti si ritrovarono a vivere in grotte divenute abitazioni che ancor oggi vengono utilizzate come rimesse agricole. Di grande interesse storico sono anche le tombe Etrusche che testimoniano la remota origine dell’insediamento tra cui quella a cinque camere dipinte da Pranzovico.
Si ricollega allo stesso periodo la festa campestre annuale del SS. Salvatore (1 maggio) a Piantorena: antico sito con numerose grotte dominato da una snella torre medievale unite da sentieri sinuosi. Grotte Santo Stefano si trova sulla Via Teverina a circa 10 km da Viterbo.

Castello di Montecalvello

Montecalvello è un piccolo borgo che dista circa 5 Km da Grotte Santo Stefano ed è caratterizzato dalla presenza di un castello di medie dimensioni ma di grande bellezza.

Il castello di Montecalvello, appartenuto ai Monaldeschi, venne trasformato in palazzo a partire dalla fine del ‘400. Nel 1970 il castello passa nelle mani del famoso pittore di arte contemporanea Conte Balthus Klossowski de Ròla, che ne curerà sia l’arredo che il restauro.

Pur essendo di proprietà privata, può essere liberamente visitato al suo esterno, infatti entrando dalla porta delle mura, si può passare sotto un a breve galleria che porta fino al sacrato della piccola chiesa che è rimasta quasi intatta, salendo ancora verso sinistra, si arriva al piccolo cortile davanti all’ingresso del castello, dove al centro è situata una fontana, al lato ci sono delle piccole case che costituivano la corte e di fronte, una spece di terrazza dalla quale si può vedere l’intera macchia di Piantorena, al centro della quale si riesce ad intravedere la piccola chiesa del S.S. Salvatore ed i ruderi del piccolo convento antistante.

Sempre a pochi passi dal castello, percorrendo la provinciale Grottana, proprio all’inizio del paese, possiamo trovare la chiesina di San Rocco risalente alla seconda metà del XV secolo.

In passato, è stato periodicamente aperto al pubblico e chi ha avuto la fortuna di poterlo visitare è rimasto incantato dalla sua bellezza.

Acquarossa – Percorso archeologico di Acquarossa

Acquarossa è il nome odierno, suggerito dalla vicina sorgente di acqua ferruginosa (già conosciuta come l’Acqua rossa), attribuito dagli archeologi a un abitato etrusco, sorto nei pressi della odierna Viterbo, risalente alla metà del VII secolo a. C. e distrutto, forse da un terremoto, intorno al 550 a.C. La scoperta dell’ antico insediamento, caso non unico ma ugualmente eccezionale, ha potuto fornire molte conferme alle ipotesi degli archeologi sulla vita degli Etruschi, che in precedenza era conosciuta solo attraverso le evidenze delle necropoli. Il sito è stato scavato, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70 del secolo scorso, dall’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma e dalle università svedesi di Göteborg, Lund, Stoccolma e Uppsala, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale. Alle campagne di scavo partecipò, ogni volta che gli impegni glielo permisero, il Re di Svezia Gustavo VI Adolfo, a sua volta fondatore, nel 1925, dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma. Il materiale rinvenuto sul pianoro di Acquarossa indica un’occupazione sparsa dell’area anche precedentemente alle presenze etrusche: in un settore dell’insediamento infatti, sono emersi resti di capanne della fase finale dell’Età del Ferro e frammenti di vasellame dello stesso periodo sono stati recuperati anche in altre aree.

La caratteristica più importante dell’insediamento è tuttavia costituita da una serie ingente di edifici etruschi, di forma prevalentemente quadrangolare, databili dal 625 al 550 a.C., disseminati sull’ intera superficie del pianoro. Tutte le abitazioni erano coperte da tetti di pesanti tegole, con decorazioni dipinte e a rilievo, i cui crolli hanno completamente polverizzato le ceramiche presenti nei sottostanti ambienti. Nel periodo di vita Acquarossa poteva vantare numerosi abitanti ed aveva l’aspetto di una vera città pur non essendo tra le più grandi dell’Etruria meridionale. Alle grandi campagne di scavo ricordate, fecero poi seguito indagini archeologiche meno estese, studi sui materiali e pubblicazioni delle ricerche e scoperte, musealizzate nel 1986 nel Museo Nazionale Etrusco di Viterbo, con ricostruzioni a grandezza naturale degli edifici e dei loro elementi.

Oggi, all’esposizione museale, si affianca un percorso archeologico. Dal 30 novembre 2014 il sito di Acquarossa torna a rivivere con un percorso archeologico sull’area che verrà aperta al pubblico il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 (ultimo ingresso ore 12). Pannelli didattici con testi e fotografie nonché link QR e ulteriori informazioni insieme a filmati forniscono una descrizione completa del sito. È anche possibile organizzare visite guidate rivolgendosi all’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma.

Per visite fuori orario contattare l’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma con almeno un giorno di anticipo telefonando allo 06 3201596, 063201966 – info@isvroma.org

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